«Puzza di bruciato se la scienza non ragiona»

Dipingere l'immagine di una Chiesa oscurantista e nemica della scienza torna comodo alla vulgata «scientificamente corretta» per presentarsi come la vera paladina dell'umanità, la sola in grado di tutelare la persona e i suoi desideri. Questo è ciò che si deduce dalla polemica nata a seguito della mancata partecipazione dell'arcivescovo Bagnasco (dovuta, come egli stesso ha precisato, a motivi di agenda) al Festival della Scienza e, soprattutto, a seguito delle critiche del presule all'orientamento «unilaterale, laicistico» del Festival stesso. Su monsignor Bagnasco si è da subito scatenata, anche a livello nazionale, una gragnuola di pesanti critiche. Il professor Pierluigi Luisi, ad esempio, sul Corriere della Sera è giunto perfino a evocare i fantasmi dell'Inquisizione. «Quando si parla - ha dichiarato - di mettere vincoli alla scienza, il pensiero corre a Giordano Bruno e a Galileo». Dello stesso tenore i titoli dedicati alla vicenda dal giornale diessino L'Unità, che ha parlato di «ombra lunga di Ruini» e ha parafrasato le dichiarazioni di Bagnasco con le parole «Vade retro, scienza!».
Puzza di bruciato, dunque? Sì. Peccato, però, che stavolta ad appiccare il fuoco non sia stata la Chiesa - come invece dovrebbe essere, secondo il dogma della storiografia laicista - ma, al contrario, quella congrega scientista che si è auto-proclamata vittima della presunta foga censoria dell'arcivescovo di Genova. Il quale ha ragione da vendere nel sostenere che le sue dichiarazioni sul Festival sono state «interpretate e montate come meglio ritenevano gli interessati». Infatti la mancata partecipazione del presule alla manifestazione genovese è servita agli «interessati» come pretesto per sferrare l'attacco su ciò che essi hanno ritenuto veramente insopportabile: non tanto l'assenza di Bagnasco al Festival, quanto quello che egli aveva dichiarato qualche giorno prima a Sanremo, intervenendo al convegno su «Bioetica e terapia» organizzato dall'Associazione dei medici cattolici italiani. «Una scienza - aveva detto Bagnasco - che non tenga conto del bene integrale della persona non è scienza, ma regresso… La ricerca scientifica dev'essere ordinata non già all'utilità sociale e non può esserlo nemmeno a se stessa. Una scienza libera senza nessun vincolo, come oggi si sente dire, è destinata all'autodistruzione».
Parole intollerabili, queste, per quella cultura che, secondo i dettami di un Umberto Veronesi o di uno Stefano Rodotà, ritiene che compito della scienza sia quello di «desacralizzare la vita umana». Parole inaccettabili per quella lobby che ha costruito le sue fortune (anche economiche - si pensi al caso degli ingenti finanziamenti alla ricerca sulle staminali embrionali, ad oggi autentico buco nell'acqua per la sperimentazione) sull'idea di una scienza senza limiti e senza confini, di fronte a cui anche i principi più profondi iscritti nella natura dell'uomo cadono.
Tutto questo mentre la Chiesa, con il Papa e con i vescovi, si fa promotrice di un uso della ragione (anche nel campo della scienza) che non sia chiuso in se stesso e autoreferenziale, ma che si apra alla scoperta di quelle dimensioni della realtà che, pur non essendo manipolabili e prodotte dall'uomo, sono di vitale importanza per la sua esistenza. Così diventano più chiare le parole pronunciate a Sanremo da monsignor Bagnasco: «Tra scienza, progresso e umanità non c'è una reale contrapposizione, se consideriamo che la scienza non esiste da sola, ma è l'uomo che fa la scienza. Nella unità della persona umana troviamo in sintesi e armonia tutto quello che la persona stessa compie, quindi tutte le attività di tipo scientifico, tecnologico e di ricerca, e la sua responsabilità morale. Due dimensioni imprescindibili, non due piani distinti e separati come a volte si vorrebbe far credere».
Parole ragionevoli e non certo oscurantiste, ma che sono bastate ai novelli inquisitori laicisti e scientisti per inserire il nome di Bagnasco tra quelli delle «streghe» clericali a cui dare la caccia nel nome della Libera Scienza. C'è puzza di bruciato nei cieli di Genova.