Il puzzle dei sottosegretari: ecco tutti i pezzi mancanti

I nomi saranno resi noti martedì. Dal totonomine esce Grilli e rispunta Dell’Arringa al Welfare. Malinconico e Viola, derby alle Comunicazioni. Intesa sul numero: saranno 29

Roma - Dunque. C’è l’intesa ma non c’è ancora l’accordo definitivo. C’è il numero, 29, ma forse non sarà quello finale. C’è il famoso «tavolo di maggioranza», ma non si può dire. C’è stato il vertice segreto ABC Alfano-Bersani-Casini, ma siccome, appunto, era segreto, è come se non ci fosse stato. Ci sarebbero anche le quote: 12 Pdl, 13 tra Pd e Terzo Polo, quattro Monti. Ma i rapporti di forza saranno calibrati solo domani. Insomma, c’è tutto, mancano però i sottosegretari e i viceministri.
Difficoltà? Angelino Alfano la butta sullo scherzo: «È una questione di risparmio. Più tardi li nomiminiamo, meno giorni di stipendio si pagheranno. E poi, non era lo spread la vera emergenza?». Martedì forse, dopo dieci giorni di oscure trattative, il Consiglio dei ministri riuscirà a partorire la squadra. Intanto la partita resta tutta da chiudere, anche se, a sentire Pier Ferdinando Casini, «non è stata mai aperta perché deciderà il premier». Sulla sostanza però, rivela, «è fatta». La conferma arriva dalla parole del vicesegretario Pd Enrico Letta: «Abbiamo totale fiducia in Monti, siamo d’accordo con la lista di sottosegretari e viceministri che porterà in aula». Sarà un esecutivo asciutto. «Per quanto ne so io - dice Gianfranco Fini - saranno tutti tecnici». Fuori quindi i politici mascherati, i parlamentari emeriti, i trombati da riciclare, i nomi di lungo corso troppo di parte, come Francesco D’Onofrio, Udc e, Giampaolo D’Andrea, Pd. D’Onofrio si è rassegnato: «Non sono indicato a casaccio, sono docente in istituzioni parlamentari ho fatto il capogruppo e so tenere i rapporti tra governo e Camere. Se non servo, pazienza». Il Pdl ha mantenuto il punto. Spiega Maurizio Gasparri: «Abbiamo fatto il passo indietro, siamo stati disponibili, ma non possiamo accettare che adesso entrino politici non eletti».
Insomma, dovrebbe essere la settimana decisiva. Ufficialmente Palazzo Chigi comincerà ad affrontare il problema solo oggi, con l’idea di concludere domani. In realtà il negoziato non si è mai fermato. Nelle ultime ore lo schema «a percentuale», quaranta per cento dei sottosegretari a Pdl, quaranta al Pd, venti al Terzo Polo, ha perso colpi. L’ultima ipotesi di ripartizione prevede di ricompensare il Pdl, che ha perso la guida del governo, con tredici poltrone di tecnici d’area, contro i 12 misti pd-centristi e quattro di diretta ispirazione montiana.
Se questa intesa reggerà, la squadra sarà composta quindi da una trentina di persone. I viceministri dovrebbero essere almeno cinque: ne servono tre soltanto per il superdicastero dell’Economia, privo di un titolare a tempo pieno, dopo la scelta del professore di tenersi l’interim. Fabrizio Saccomanni sembra fuori gioco e Vittorio Grilli, vista la differenza tra lo stipendio attuale e quanto prenderebbe entrando al governo, resiste. Per il Tesoro si fa così avanti Federico Toniolo, funzionario del Senato.
Altri nomi, tutti da prendere con le molle. Paolo Peluffo, consigliere della Corte dei Conti, ex portavoce di Ciampi al Quirinale, potrebbe andare al Bilancio. Umberto Croppi, ex assessore alla Cultura al Campidoglio con Alemanno, potrebbe sbarcare in via del Collegio Romano. Carlo Dell’Aringa, docente di Economia alla Cattolica di Milano, è candidato al Welfare. Giovanni Ferrara, procuratore capo di Roma, sembra destinato alla Giustizia, se vincerà la sfida con Michele Saponara, ex membro del Csm.
Carlo Malinconico e Roberto Viola si disputano invece l’importante delega delle telecomunicazioni. E Antonio Rughetti, direttore generale dell’Anci, potrebbe finire al Viminale.