Pynchon, un fantasma nascosto a Manhattan

Esce negli Stati Uniti «Inherent Vice», l’ultimo (e atteso) romanzo dell’inafferrabile scrittore di culto che da decenni rifiuta di comparire in pubblico. Al punto che qualcuno si è chiesto se esista davvero<br />

Quando, nel 2004, Johnny Depp si presentò al pubblico nei panni di uno svampito scrittore in eremitaggio autoimposto nel mezzo di una foresta, non furono in pochi a pescare delle analogie con uno degli autori più controversi del panorama letterario americano contemporaneo, Thomas Pynchon. Il film Secret Window di David Koepp - tratto, manco a dirlo, da un racconto di Stephen King - è un thriller imperniato sull’ossessione per l’anonimato e la maniacale ricerca di contatti con le star.
Ufficialmente nato nel 1937 a Glen Cove, Long Island, da una delle prime famiglie europee a sbarcare sul nuovo continente (al punto che un suo antenato si sarebbe trovato in aperta polemica con Nathaniel Hawthorne, reo di aver diffamato il nome della famiglia in un suo romanzo) e, sempre ufficialmente, laureatosi presso la prestigiosa Cornell University, prima di dedicarsi alla scrittura si arruolò in marina. Nella biografia di Pynchon il condizionale è d’obbligo, considerato che vi è addirittura chi sostiene che il misterioso autore di Long Island non esista neppure, che sia un’abile trovata commerciale, un sistema come un altro per vendere libri.
Nel caso di Pynchon, risulta difficile credere che una simile farsa abbia potuto reggere per tanti anni, ma c’è chi ancora ne è convinto. Tutto ciò la dice lunga sulla sua rilevanza mediatica e sull’inevitabile strascico di diatribe e polemiche che si porta appresso. È stato persino realizzato un documentario sul suo conto. Gli intervistati non sono riusciti neppure ad accordarsi sul colore dei suoi occhi. Alcuni sostenevano di averlo visto presentarsi a strane feste di sosia di Pynchon. Del vero Pynchon, ovviamente, neanche l’ombra.
Secondo altri, Pynchon e Theodore Kaczynski, tristemente noto come Unabomber, il primo e vero bombarolo solitario, sarebbero stati una sola persona e per altri ancora Pynchon sarebbe stato un seguace della setta di David Koresh. C’è chi giura che Pynchon abbia vissuto tra California, Messico e Manhattan, dove risiederebbe tuttora e dove accompagnerebbe a scuola il figlio, mostrandosi cordiale con tutti, naturalmente rifiutando di farsi fotografare. «Dannato Pynchon», si è lagnato un suo fan. «Almeno J.D. Salinger ha scelto di rintanarsi in un sol posto!» Ha forse ragione chi ha detto di sapere con certezza dove risiede: «Negli anni Settanta dell’Occidente».
Il primo vero imprinting letterario Thomas Pynchon lo avrebbe ricevuto alla Cornell University dal romanziere russo-americano Vladimir Nabokov, il quale però non ricordava di averlo annoverato tra i suoi allievi. Pynchon avrebbe frequentato gli ambienti giusti nel corso degli anni ’60, stringendo un sodalizio forte con Richard Fariña, scrittore e cantautore morto a trent’anni non ancora compiuti in un incidente in moto, nonché cognato di Joan Baez e amico di Bob Dylan. Pare che Pynchon sia stato tra quelli che ne hanno portato a spalla la bara. L’amicizia con Fariña è una delle ragioni che spiegano il frequente accostamento di Pynchon a Bob Dylan. Di certo, i due grandi autori hanno in comune una prosa ricca che, per i critici più spietati, sfiora la verbosità. Pare che, nel 1977, un noto giornalista abbia chiesto a Pynchon di scrivere qualcosa per un articolo su Dylan e che lo scrittore gli abbia invece proposto di farne uno sui Beach Boys che, al tempo, non erano ben lungi dall’essere rivalutati. In seguito, il giornalista lo avrebbe ricontattato per chiedergli di parlare della band californiana e, dietro il suo vuoto di memoria, lo avrebbe fatto ubriacare per bene e gli avrebbe fatto ascoltare il loro capolavoro, quel Pet Sounds che contende a Sgt. Pepper's dei Beatles la palma del disco più innovativo della storia del rock. «Wow!» sarebbe stato il suo commento. «Ora capisco perché vuoi scrivere una storia su di loro».
Evidentemente, a Pynchon piace intrattenere rapporti con gli esponenti di quel mondo musicale se è vero che, secondo la biografia ufficiale di Brian Wilson, geniale leader dei Beach Boys, Pynchon una sera lo andò a trovare e sballò con lui, senza scambiare praticamente una parola. Quando si dice genio e sregolatezza.
A oggi, una delle rarissime apparizioni audio, se non l’unica, di Pynchon è il suo cameo nei panni di se stesso in un episodio della saga dei Simpson del 25 gennaio 2004. Finora, questo è il suo unico flirt con il mondo cinematografico e televisivo, anche se gira la voce che Hollywood sia molto interessata alla sua ultima fatica letteraria, Inherent Vice, una sorta di noir stralunato appena uscito negli Usa (mentre in Italia è da poco stato pubblicato il suo penultimo romanzo, Contro il giorno, Rizzoli).
Diverso nel formato e nell’incedere quasi da thriller, seppur velato dalla classica cortina psichedelica che rappresenta uno dei marchi di fabbrica dell’autore newyorchese, Inherent Vice è la storia di un investigatore privato che rivede la ex-fidanzata, la quale lo mette al corrente della sua intenzione di rapire un miliardario di cui è innamorata. Il tutto nella cornice di fine anni Sessanta, con un brusco ritorno alla realtà da parte di tutti i sognatori che si erano presi una vacanza psichedelica dalla brutale quotidianità.
A quanto sembra, sono passati anni luce dal romanzo che lo ha consegnato ai posteri, L’arcobaleno della gravità (1973). Enciclopedico, torrenziale, allucinato e farsesco, mette insieme tutti i temi che già si erano andati delineando nelle poche opere precedenti: paranoia, razzismo, sessualità, religione, colonialismo, entropia e sincronicità. Ambientato in larga parte a Londra e in Europa sul finire della Seconda guerra mondiale, è costruito in modo tale che i numerosissimi personaggi non siano al corrente di situazioni storiche come l’Olocausto, peraltro ben presenti nelle sottotrame che l’autore abilmente fa serpeggiare nella narrazione. La poetica di Pynchon si era già evidenziata con quello che viene considerato l'anticipazione del cyberpunk, L’incanto del lotto 49, con un impiego sorprendente di metafore scientifiche, ritmi pseudo-dance e immagini mutuate dalla cultura pop e dal mondo delle droghe.
Secondo alcuni un «dio minore» nel pantheon degli scrittori americani, Pynchon resta una figura di culto della letteratura a stelle e strisce del Novecento, per quanto sia assurto a leggenda soprattutto per non essere mai apparso in pubblico. Fecondo quanto a dimensione dei libri ma poco prolifico, ogni anno viene tirato in ballo per il Nobel.
I numerosi riconoscimenti a lui attribuiti, compreso il National Book Award, sono stati ritirati da altri. Considerato il maestro di autori come Don DeLillo, David Foster Wallace, Salman Rushdie (da lui apertamente difeso all’indomani della fatwa decretata ai suoi danni dall’ayatollah Khomeini) e Simon Ings, e venerato da uno scrittore nostrano al punto da italianizzarne il nome (vedi Tommaso Pincio), resta uno dei massimi rappresentanti della cosiddetta letteratura postmoderna.
Pochi giorni fa, all’indomani della pubblicazione del suo ultimo romanzo, la rivista Wired ha sentenziato: «Inherent Vice assomiglia meno alla paranoia fuorviante de L’arcobaleno della gravità e più al noir solare e scombinato de Il grande Lebowski». È forse per questo che Hollywood sembra pronta per lui.