PYNCHON L’esistenza nel pallone

Il nuovo romanzo di Thomas Pynchon, Against the Day (Penguin), il primo dopo dieci anni, pesa un chilo e quattrocento grammi. Lo so che i prodotti dell’intelletto non vanno presentati come un pezzo di carne da fare ai ferri. Però, una superomistica fiorentina e questo libro - che è il più lungo di Pynchon (di trecento pagine più lungo di Gravity’s Rainbow) - hanno qualcosa in comune: si devono consumare a casa. Mettendo in primo piano la grossezza del volume (1.700 pagine, 2.700 battute ciascuna), non si intende dire solo che ce n’è da sfamare il più insaziabile dei pynchoniani - e che fame gli era venuta negli ultimi anni! -, ma che questa non è letteratura che si lasci portare in giro, che so, in treno, sul tram o in borsetta. Pynchon, e tanto più quest’ultimo, va letto nella quiete della nostra stanza, nella più protetta solitudine. La confusione, l'affollamento di persone e cose da cui la lettura dei romanzi ha in genere il potere di difenderci qui sono parte costitutiva del romanzo stesso. Apri il volume e ti saltano addosso frotte di gente, luoghi lontanissimi, situazioni tra le più assurde, e nomi, nomi, nomi, che, a confronto, il tuo mondo quotidiano ti sembra un modello di ordine e tranquillità. Se non si è più che concentrati, e motivati, gli occhi si fanno largo tra le parole a spintoni, smarriti, senza capirci granché.
Against the Day, nella sua ammirevole stranezza, non ha niente di sorprendente, se conosciamo un po’ l’autore. Infatti, ci si trova tutto quello che ci aspettiamo di trovare in un libro di Pynchon: l'epica, la fantascienza, il romanzo storico, il western, il thriller, la commedia, il romanzo d'avventure, il romanzo politico, il romanzo militare etc. etc. - e in quantità pantagrueliche. Questo volumone è una vera e propria enciclopedia, non solo nel formato, di modi narrativi, di conoscenze tecniche, di dati scientifici, di stili. E la storia? Ah, certo, la storia... Perché pur sempre di romanzo si tratta... (O no?). La storia comincia su una mongolfiera o qualcosa del genere, nell'anno 1893. Un gruppo di amiconi («The Chums of Chance», «Quelli della Sorte» mi verrebbe da tradurre) si sta preparando ad atterrare a Chicago, dove ha appena aperto la grande World's Fair - che nella varietà dei suoi padiglioni fornisce una rappresentazione in piccolo di quello che dobbiamo aspettarci dal resto del romanzo. Nella compagnia c’è anche un cane, che sta leggendo, beato lui, The Princess Casamassima di Henry James.
E poi? E poi, addio trama... Il campo è invaso da torme di matematici, maghi, inventori, anarchici, capitalisti, figure storiche, come Groucho Marx, l'arciduca Francesco Ferdinando e il fisico Nikola Tesla... Si discetta sulla quarta e quinta dimensione, sull'esistenza dell’Etere e sulle possibilità della pace universale. I Chums, sorvolando su tutto questo con la loro navicella, passando dai Poli a Venezia - dove assistono al crollo del campanile di San Marco -, dovrebbero mettere in relazione, congiungere tanti elementi diversi, dare l'illusione della continuità e della direzione. Ma loro stessi non sono meno disorientati del lettore. Nessuno sa veramente dove sta andando. E quando, alla fine, decidono di separarsi, non ricordano neppure più a che scopo si fossero messi originariamente in viaggio. Stray (diminutivo di Estrella) sospetta che fosse per «la promessa di una maggiore invisibilità» (il tema principe di Pynchon, da V. a Gravity's Rainbow, per non dire della sua leggenda biografica).
Il cuore del «romanzo» sta proprio qui: nella ricerca di un punto fermo, di qualcosa di autentico che stia nascosto e negato dietro alla superficie dell'esistenza comune. Ma che cosa sia questo qualcosa il romanzo, al solito, Pynchon non lo rivela. La sua opera si sviluppa ossessivamente dallo studio dell’assenza e della nostalgia. La sovrabbondanza narrativa serve a rendere più evidente l’eclissi della struttura e più incolmabili i buchi, le fratture, le lacune, e la perdita più disperante: quella dell’individuo nella società di massa. Il desiderio dell'invisibilità, se sembra una forma di resa e non una scelta, almeno offre ai personaggi, soprattutto a quelli femminili, l'illusione della libertà. Lake Traverse, che sposa l’assassino di suo padre, vuole diventare come il vento, assottigliarsi come un filo di lama, entrare nel regno dell’aria che si muove in perpetuo sulla frammentata terra. Insomma, c'è differenza - sembra che Pynchon voglia insegnarci - tra l'annientamento e l'autonascondimento.
Against the Day è un libro difficoltoso ed esigente. La mostruosa ambizione dell’autore, e la sua mostruosa immaginazione, non bastano ad assicurargli consenso e plauso incondizionati. E, infatti, finora, i critici non hanno trattato il libro con molta benevolenza, e lo hanno accusato di essere caotico, professorale, discontinuo, oscuro, erudito, privo di umorismo, gratuito, ingrato con il lettore. Qualcuno ha scritto perfino che di Pynchon non abbiamo più nessun bisogno. Però, nonostante i limiti su cui tutti concordano, anche in questo nuovo libro dobbiamo riconoscere che Pynchon - che ormai va verso la settantina - si rivela prosatore di inarrivabile bellezza. La frase di Pynchon ha una grazia, una scorrevolezza, un’esattezza che non troveremo in nessun altro scrittore del cosiddetto postmoderno. Pynchon ti dà l'impressione di non essere mai approssimativo, velleitario, indeciso o, peggio ancora, stanco. È straordinario notare come trovi sempre il posto giusto per ogni elemento, parola, periodo o capitolo che sia, e sempre senza il minimo sforzo. Nello stile ogni eccesso di cultura, ogni difetto di forma o compiacimento enciclopedico si armonizzano, fondendosi alla medesima temperatura in un oro liquido e limpidissimo, che rischiara a festa la nostra povera stanza.