Al Qaeda colpisce anche Algeri Gli 007: "Soldati italiani a rischio"

Tre autobomba nella capitale algerina, ancora il giorno 11: 30 morti e 200 feriti (<a href="/media.pic1?ID=120" target="_blank"><font color="#ff6600"><strong>guarda le foto</strong></font></a><strong> - </strong><a href="http://www.ilgiornale.it/video.pic1?ID=Algeria" target="_blank"><strong>guarda il video</strong></a>). Bin Laden <a href="/a.pic1?ID=170343"><strong><font color="#ff6600">rivendica anche le bombe di Casablanca</font></strong></a>. I nostri servizi segreti:<a href="/a.pic1?ID=170344"><strong> allarme kamikaze</strong></a>

Bombe, morte e terrore hanno riconquistato Algeri. Non succedeva da cinque anni. E dagli anni 90 non si temevano più attacchi capaci di decapitare le istituzioni governative. Ieri è successo di nuovo, giorno 11, come vuole ormai la cabala del terrore. Per un soffio le bombe di Al Qaida non hanno disintegrato l’ufficio del primo ministro Abdelaziz Belkhadem. Il premier se l’è cavata, ma questo non basta a consolare gli atterriti abitanti della capitale. L’autobomba esplosa all’entrata del palazzo del governo sul lungomare della capitale, gli altri due camion carichi di esplosivo deflagrati nel quartiere di Bab Ezzouar alla periferia orientale hanno fatto 23 morti secondo le fonti ufficiali, 30 secondo i conteggi diffusi dagli ospedali. Qualunque sia il bilancio autentico il numero dei morti è destinato ad aumentare. Nelle corsie i medici fanno i turni per soccorrere gli oltre 160 feriti, ma i casi disperati sono tantissimi e molti non supereranno la notte.
Dietro al dolore, alla rabbia e alla sofferenza di quelle corsie insanguinate si staglia indelebile la ferita psicologica impressa nell’animo della popolazione da quelle tre bombe rivendicate da Al Qaida Maghreb. A molti algerini la guerra civile, il terrore sembravano ricordi lontani, relegati alle montagne dove gli irriducibili del «Gruppo Salafita per il Combattimento e la Predicazione» resistevano al processo di pace e alle offensive dell’esercito. Il comunicato di Al Qaida, le foto dei tre martiri, le parole con cui il portavoce del terrore radicale presentatosi come Abu Mohammed Salah ha descritto il sacrificio degli attentatori alla guida di camion imbottiti d’esplosivo hanno spazzato via ogni illusione. La guerra è tornata e l’Algeria deve misurarsi con un terrorismo radicale ormai in piena e totale sinergia con la rete regionale di Al Qaida. «Non ci fermeremo – ha promesso il portavoce di Al Qaida - fino a quando l’ultimo fazzoletto di terra islamica non verrà liberata dalle forze nemiche».
Il simbolo del nuovo terrore era ieri il rottame carbonizzato dell’autobomba esplosa a trenta metri dall’entrata del palazzo del governo. La facciata, crepata e devastata, è circondata dai segni della strage. Macchie di sangue, detriti, uomini delle forze di sicurezza alla ricerca di qualche ultimo indizio risparmiato dall’esplosione. Secondo molti inquirenti gli attentatori puntavano al bersaglio grosso. Speravano di riuscire ad infilare l’attentatore suicida nel palazzo e colpire in pieno l’ufficio del primo ministro. Invece Abdelaziz Belkhadem è vivo e grida tutta la sua rabbia per quel «codardo atto di terrorismo criminale». Poi ricorda le numerose amnistie e il processo di pace lanciato d’intesa con i fondamentalisti del Fis. «Il popolo algerino ha allungato loro una mano e loro hanno risposto con il terrore» ricorda il premier. Eppure la sorpresa è soltanto relativa. L’ultimo attentato in un sobborgo della capitale risale al 2002, ma negli ultimi mesi numerosi segnali fanno capire che il terrore radicale si sta riorganizzando. A settembre il «Gruppo Salafita per la predicazione e il Combattimento», la più agguerrita formazione islamica ancora in attività, confluisce nella cosiddetta «Al Qaida Maghreb» una federazione del terrore legata anche a gruppi marocchini, libici e tunisini. Abu Musab Abd al-Wadoud, emiro e capo supremo del Gruppo Salafita, ne diventa il capo supremo grazie all’investitura accordatagli da Ayman Al Zawahiri, braccio destro di Osama Bin Laden. Da quel momento gli attacchi si fanno più pressanti e incisivi. Il 3 marzo un ordigno comandato a distanza, simile a quelli usati dagli insorti iracheni, sventra un bus di tecnici petroliferi uccidendo un lavoratore russo e tre algerini. Il giorno dopo un’imboscata elimina sette poliziotti. E nelle ultime settimane i servizi segreti arrestano 120 giovani militanti «salafiti» appena rientrati da lunghi soggiorni in armi sul fronte iracheno. Un crescendo culminato, 24 ore prima delle bombe di Algeri, dall’identificazione di una cellula pronta a colpire nel vicino Marocco. Un prologo destinato, secondo alcuni analisti, ad inaugurare le operazioni su scala regionale di Al Qaida Maghreb.