Al Qaida arruola i bambini per mettere le bombe

Hanno fra gli 11 e i 17 anni e vengono pagati 200-300 dollari per
piazzare un ordigno in Irak. Con quei soldi una famiglia vive due mesi

L’ultimo, il mese scorso, è stato fermato mentre era in sella alla sua bicicletta. Interrogato, ha spiegato che i terroristi di Al Qaida avevano sequestrato sua madre e la sorella e lo avevano costretto a fare «il lavoro sporco». Che in Irak vuole dire seminare morte e farlo anche se ancora non si sa bene cosa sia la vita. Perché in sella alla bicicletta c’era un bambino, tredici anni, e con lui, su quelle due ruote, c’era una bomba.

La nuova strategia di Al Qaida in Irak corre sulle gambe di questi ragazzini, gioca sulla loro facile influenzabilità, sull’incoscienza della loro età, sulla scarsa percezione della paura e, più banalmente, sull’insospettabilità di queste facce innocenti, che passano i check-point senza troppe perquisizioni, che girano per le strade delle città irachene sopraffatte dalla guerriglia, senza attirare sospetti e senza destare paura.

I nuovi corrieri del terrore in Irak hanno fra gli undici e i diciassette anni e il loro numero - ha riferito il generale americano Douglas Jones, a capo delle operazioni di detenzione - è cresciuto in maniera esponenziale nell’ultimo anno. A marzo erano appena cento i ragazzini detenuti nelle carceri irachene. A distanza di cinque mesi si è arrivati a quota ottocento, un numero che ha superato di gran lunga quello dei combattenti stranieri finiti dietro le sbarre in Irak (130). Fra loro ci sono soprattutto sunniti, gran parte dei quali vivono a ovest e a nord del Paese.

Per piazzare una bomba ricevono dai duecento ai trecento dollari, cifre ghiotte insomma, che in un Paese dove molti genitori fanno fatica a sfamare la famiglia riescono ad assicurare sostentamento per almeno due o tre mesi. Qualcuno, dopo la cattura, lo ha confermato: dietro al reclutamento dei baby-terroristi ci sono spesso mamme e papà consapevoli della mano larga di Al Qaida e che incoraggiano i ragazzini ad entrare nel giro dell’estremismo per portare a casa qualche soldo. I piccoli, d’altra parte, vedono i terroristi come persone ricche e influenti, modelli da imitare e a cui ispirarsi.

Quando vengono catturati, i militari si rivolgono al leader tribale di zona, gli chiedono se il ragazzino è stato obbligato e se il capotribù intende assumersi la responsabilità delle sue future azioni. Se l’ultima parola pronunciata dal leader tribale è «criminale», significa che per il baby-terrorista si apriranno le porte del carcere. Oppure quelle del centro di riabilitazione appena nato in Irak.

Per rompere l’influenza psicologica del terrorismo, infatti, dal 13 agosto è nata, sotto la supervisione americana, a poco da Camp Cropper, un’area specifica dove i detenuti minorenni vivono separati rispetto ai 24mila guerriglieri adulti. Qui studiano arabo, inglese, matematica, geografia e scienze. Perché - ha spiegato il generale Stone - ci siamo accorti che molti di questi ragazzini sono vittime, ancora più che di Al Qaida, del loro analfabetismo». E se possono essere allevati per diventare terroristi - è il senso del progetto americano - possono anche essere «riabilitati».

Eppure anche qui la traccia dell’estremismo è forte e difficile da debellare. Tra i circa ottocento ragazzi detenuti, molti sono fanatici convinti, già troppo permeati di integralismo per poter sperare che un percorso di riabilitazione porti all’abbandono della violenza. Sulle uniformi scrivono i nomi dei militanti, loro idoli, fingendo che siano quelli di un genitore o di un parente caro, racconta uno di loro. Sono gli stessi che cercano di istigare i più malleabili, mentre a loro volta vengono spinti dagli adulti a non abbandonare la guerriglia. La persuasione avviene con le più banali e comuni tecniche da carcere: un foglio di carta che avvolge una pietra, un lancio fra le sbarre, e il messaggio arriva a destinazione. In genere contiene un codice di lettura tutto islamico: «Insegnanti e guardie sono infedeli che cercheranno di convertirti al cristianesimo», recitano i testi recapitati ai ragazzini. Ma non tutti rispondono alla chiamata.

Il generale Stone è convinto che qualcuno sia già ad una svolta, che strappare anche solo pochi di questi baby-terroristi all’estremismo sia uno dei compiti nobili della presenza militare americana in Irak. E che anche questo sia un modo per spiegare all’opinione pubblica che «non stiamo facendo nulla di male a questi ragazzi e che vorremmo che la cultura della “mia morte per la tua morte” venga soppiantata».

Il lavoro potrebbe essere già a buon punto. I responsabili raccontano che i primi disegni dei bambini ritraevano uomini incappucciati che annientavano in battaglia soldati iracheni. Ora sono i terroristi con i passamontagna ad essere rappresentati come i perdenti.