Al Qaida attacca l’India al cuore

Massimo Introvigne

Mentre in Pakistan il regime del generale Musharraf è pieno di problemi, il viaggio di Bush nel subcontinente indiano ha consacrato la nascita di una nuova partnership strategica, quella con l’India, potenza emergente dell'area, con una crescita economica che può fare da contrappeso a quella cinese, una notevole potenza militare, e una capacità di gestire decorosamente - pur fra alti e bassi - la coesistenza fra la maggioranza induista e una minoranza di centocinquanta milioni di musulmani. La partnership fra Stati Uniti e India può porre rimedio alle debolezze strutturali del Pakistan e contribuire allo smantellamento dei campi di addestramento per terroristi che ancora operano in Kashmir presso la frontiera fra India e Pakistan.
La risposta di Al Qaida è stata rapidissima. L’attacco al cuore più sacro dell’induismo a Varanasi (Benares) ha un grande significato simbolico e mira a destabilizzare l'India provocando una reazione induista e la ripresa di quegli scontri fra indù e musulmani che già in passato sono stati fra i più gravi problemi del gigantesco Paese asiatico.
Non è la prima volta che Al Qaida manda avvertimenti all’India, anzi l'organizzazione di Bin Laden s’interessa della sua destabilizzazione da almeno tredici anni. Nel 1993 a Bombay uno dei più gravi attentati della storia indiana fa 250 morti, ed è all’epoca interpretato come un avvertimento alla polizia, che indaga su di lui, di uno dei grandi padrini della mafia indiana, Abu Salem. Non si trovano prove, ma qualche anno dopo Abu Salem e la moglie, l’attrice Monica Bedi, si rifugiano in Kenya da dove, poco prima di essere arrestati, scappano nel 2002 a Lisbona.
Il 29 ottobre 2005 a Delhi una nuova strage è attribuita senza alcun dubbio ad Al Qaida. Le indagini portano a riaprire il caso mai chiuso della strage di Bombay del 1993. Abu Salem e la moglie sono musulmani che non fanno mistero delle loro simpatie per gli estremisti. La mente degli attentati di Delhi è identificata in Tariq Dar, un giornalista del Kashmir sotto controllo indiano, di idee estremiste ma rispettato. Arrestato, si scopre la sua doppia vita: non solo giornalista, ma agente di Al Qaida, in possesso di una miniera d'oro di documenti. Questi provano non solo che l’attentato di Delhi dell’ottobre 2005 è stato ordinato da Abu Hufeza (un noto esponente di Al Qaida coinvolto in numerosi attentati, tra cui il primo attacco alle Torri Gemelle, del 1993), ma che questi aveva anche fornito esplosivo e uomini al mafioso Abu Salem per il sanguinoso attacco di tredici anni fa a Bombay.
La strategia dell’alleanza fra Al Qaida e la criminalità organizzata è passata con l’indagine sulla strage di Delhi del 2005 dai sospetti alle prove. Al Qaida collabora con la malavita ovunque può, e i suoi manuali si occupano perfino di fornirne delle giustificazioni teologiche. In India la malavita organizzata è potente, e Al Qaida - oltre a qualche cellula nel Paese - ha migliaia di uomini nelle zone di frontiera e nelle terre di nessuno del Kashmir. Lo stesso Kashmir può essere agitato come simbolo propagandistico per convincere i musulmani indiani che lo scontro con gli induisti non è finito. Altre ragioni di conflitto esistono all’interno dell’India, e piccoli episodi di attacchi a templi e simboli induisti nelle ultime settimane possono essere letti oggi in una luce più sinistra. La partita di Bin Laden per far saltare l’intesa strategica fra l’Occidente e l’India è cominciata, con l’attacco al simbolo stesso dell’India: la città santa di Benares.