Al Qaida è a Gaza e rivendica il sequestro del giornalista Bbc

L’«Esercito dell’islam» ricatta Londra: con un video chiede il rilascio di un terrorista in cambio di Alan Johnston

Adesso non ci sono più dubbi. Alan Johnston, il 44enne corrispondente della Bbc rapito a Gaza il 12 marzo scorso, è nelle mani di Al Qaida o di un gruppo desideroso di diventarne il referente diretto nella Striscia. La conferma arriva da un comunicato diffuso da un sito internet utilizzato dalle organizzazioni fedeli ad Osama Bin Laden. Il comunicato firmato «Esercito dell’Islam» esibisce per la prima volta una foto della carta d’identità di Johnston e indirizza un preciso ricatto al governo inglese chiedendo la liberazione di un sospetto terrorista tenuto sotto custodia in Gran Bretagna in attesa di una possibile estradizione in Giordania.
«Chiediamo alla Gran Bretagna – spiega la voce che fa da sottofondo al video - di liberare i nostri prigionieri e in particolare lo sceicco Abu Qatada il Palestinese». Descritto dalle autorità britanniche come un «significativo esponente del terrorismo internazionale» questo giordano di origini palestinesi fa parte di un gruppo di una dozzina di militanti arabi definiti una «minaccia alla sicurezza nazionale» e tenuti sotto custodia nonostante l’assenza di prove in grado di portare a un formale processo. «Non abbiamo dimenticato i nostri militanti prigionieri nei Paesi degli infedeli - ammonisce il comunicato -, liberateli o risponderemo colpendo indiscriminatamente».
L’incubo degli ostaggi e le minacce di Al Qaida agli occidentali sembrano dunque contagiare anche Gaza. Negli angusti 360 chilometri quadrati della Striscia i rapitori hanno, però, poche speranze di farla franca senza solidi addentellati con il governo di Hamas e le formazioni di Fatah fedeli al presidente Abu Mazen. Di loro, in effetti, si sa già tutto, compreso, sostengono fonti vicine alla presidenza, il luogo di detenzione del corrispondente britannico. Ma l’imprevedibilità di un gruppo come l’Esercito Islamico, a cavallo tra militanza politica e delinquenza comune, rende ardua la trattativa. Famoso per aver rivendicato assieme a Hamas il rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit, l’Esercito dell’Islam è sostanzialmente un’espressione del clan dei Dormush.
Arricchitisi controllando i traffici di armi, ferro e cavalli, i Dormush sono uno dei nuclei originari dei Comitati di Resistenza Popolare. Mentre i Comitati sono nelle mani dei fratelli Zakariah e Mumtaz, l’Esercito Islamico fa capo a Mumtaz Dormush vera «anima nera» di questa famiglia di mezzi delinquenti e mezzi terroristi. Entrato giovanissimo nella Sicurezza Preventiva di Mohammed Dahlan a Gaza, ed espulso per motivi disciplinari, Mumtaz transita nei Comitati di Resistenza Popolare e diventa famoso guidando, nel 2005, la spietata eliminazione di Moussa Arafat, il cugino del defunto rais comandante dell’intelligence militare di Fatah. Espulso anche dai Comitati, fonda l’Esercito dell’Islam e lavora d’intesa con Hamas.
Il sodalizio si rompe verso la fine del 2006. Il governo fondamentalista, costretto a pagare due milioni di dollari per la liberazione di due giornalisti della rete americana Fox Tv rapiti da Mumtaz, cerca di rimettere in riga l’incontrollabile alleato. Da allora è guerra aperta. Ai primi di gennaio Mumtaz uccide due militanti di Hamas, ne rapisce altri quattro, accusa il governo di Hamas di posizioni anti islamiche e inizia la rotta di avvicinamento verso Al Qaida. Difficile dire se Osama Bin Laden e il suo braccio destro Ayman Zawahiri abbiano formalmente accreditato l’Esercito dell’Islam. Di certo però la mancanza di scrupoli di Dormush e la spregiudicata voglia di emergere della sua organizzazione mettono seriamente a rischio la vita del corrispondente britannico.