Al Qaida «invade» la Somalia mentre la sinistra sfida gli Usa

L’«attenzione» verso la Somalia promessa da Prodi non basta. Tra i fondamentalisti delle Corti Islamiche, sconfitti in campo aperto dall’intervento dell’Etiopia e che sono tornati alla guerriglia, e il legittimo governo somalo riconosciuto dalle Nazioni Unite il precedente esecutivo italiano aveva compiuto una scelta chiara. Fini e Berlusconi si erano schierati apertamente con il governo del presidente Yusuf e del primo ministro Geedi, pur consapevoli che questo esecutivo somalo è una coalizione che mette insieme persone rispettabili e signori della guerra con dubbi trascorsi. Dal momento che sia l’Italia sia gli immigrati somali in Italia in Somalia contano, l’azione del governo Berlusconi aveva molto giovato a Yusuf e Geedi.
Il nuovo ministro degli Esteri D’Alema con il suo consulente Gino Strada, attivissimo in Somalia - ma qualche volta sembra che il vero ministro degli Esteri sia Gino Strada, con D’Alema come portavoce - ha inizialmente disimpegnato la nostra diplomazia, fino ad allora abilissima ed efficace, dal teatro somalo, e si è poi espresso contro gli interventi degli Stati Uniti, che hanno bombardato le zone somale dove si addestrano i militanti di Al Qaida. Oggi D’Alema insiste per un «dialogo» fra governo e Corti Islamiche.
Sul punto occorre chiarezza, per evitare di ripetere i pasticci in cui il governo si è cacciato in Afghanistan. Il peccato originale delle analisi pacifiste del caso somalo sta nel non voler vedere quello che ormai nessuno specialista accademico della Somalia nega più, e nel liquidare come propaganda americana il dato oggettivo e incontrovertibile secondo cui sul terreno somalo operano qualche migliaio di militanti non somali di Al Qaida. Alle riunioni dei vertici delle Corti Islamiche partecipano alcuni dei più ricercati capi militari del movimento di Bin Laden. La Somalia è decisiva per la nuova strategia di Al Qaida, che intende utilizzarla come piattaforma per destabilizzare le zone a maggioranza musulmana etnicamente affini alla Somalia dell’Etiopia, del Kenya e di Gibuti, dove operano movimenti separatisti affiliati al network di Bin Laden. La stessa Eritrea - che sostiene le Corti Islamiche in nome della sua tradizionale avversione all’Etiopia - scherza con il fuoco, perché deve nello stesso fare i conti con la crescente forza degli alleati di Al Qaida sul suo territorio, i ribelli del Jihad Islamico Eritreo. Non è in gioco dunque solo il futuro della Somalia, ma di un’intera vasta regione e forse della stessa Al Qaida.
Quanto al «dialogo», del blocco che sostiene lo schieramento fondamentalista fanno parte tre componenti diverse: la maggioranza del clan tribale degli Haniye, preoccupati dalla prevalenza dei rivali Darod nel governo del presidente Yusuf (un Darod), nonostante il primo ministro Geedi sia un Haniye; i terroristi del movimento Shabaab, che è la filiale somala di Al Qaida; e i vecchi leader del disciolto partito filosaudita al-Itihaad, di cui alcuni sostengono Shabaab, altri vorrebbero dialogare con il governo purché la nuova Somalia mantenga un carattere islamico. Con alcuni di questi leader, e con i notabili del clan Haniye, il governo somalo e gli Stati Uniti hanno aperto caute conversazioni in Kenya. Sostenere queste conversazioni è del tutto sensato: invitare al tavolo del dialogo Shabaab, cioè Al Qaida, è invece un’idea altrettanto balzana dell’invito dei talebani a fantomatiche conferenze di pace in Afghanistan. Il governo italiano si chiarisca le idee.