Al Qaida minaccia i nostri soldati nel Libano

Marcello Foa

E ora le forze dell’Onu in Libano sono «nemiche dell’Islam». Parola del vice di Bin Laden, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, che in un filmato diffuso in coincidenza con l’anniversario degli attentati dell’11 settembre, lancia nuove accuse all’Occidente. Il video, trasmesso dalla Cnn, è insolitamente lungo, dura un’ora e sedici minuti, ed è di buona qualità, con sottotitoli in inglese. Il numero due di Al Qaida indossa un turbante bianco e alle sue spalle si scorgono due scaffali pieni di libri allineati, verosimilmente volumi del Corano. Non parla da una grotta, dunque, ma da un edificio abitato: una casa o una moschea o un ufficio. Ed è la seconda volta in cinque giorni che l’organizzazione terroristica tenta di conquistare l’attenzione dei media internazionali: giovedì scorso al Jazeera aveva diffuso immagini dello stesso Osama con due dei kamikaze delle Torri del World Trade Center. Una cassetta datata, con numerose incongruenze, e pertanto non del tutto convincente.
Quella di ieri, invece, fa riferimento al conflitto in Libano e dunque è recente. Al-Zawahiri non menziona l’Italia, eppure il suo monito ci riguarda da vicino. Perché il braccio destro di Osama condanna la presenza dell’Unifil, annuncia che «i giorni sono gravidi e partoriranno nuovi eventi», invita i fratelli musulmani «a utilizzare ogni arma a loro disposizione per aiutare i fratelli in Libano e a Gaza».
La minaccia è implicita: Al Qaida tenterà di colpire i caschi blu; dunque, potenzialmente, anche i soldati italiani. Mille sono già operativi, altri millecinquecento lo saranno in autunno. «Il più grande problema con la Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e di altre simili concepite per umiliare i musulmani - dichiara il vice di Bin Laden - è che decreta l’esistenza dello Stato ebraico e divide i mujaheddin palestinesi da quelli libanesi attraverso una forza internazionale nemica dell’Islam». Una realtà per lui inaccettabile: i musulmani «non devono arrendersi alle pressioni occidentali» e organizzare quella che definisce «una guerra jihadista popolare».
Zawahiri se la prende con gli Stati Uniti: «Ci avete legittimato e dato ogni opportunità per continuare a combattere». Poi si rivolge ai suoi leader: «Non dovreste preoccuparvi per le truppe in Irak e in Afghanistan: queste forze sono già votate al fallimento. Piuttosto - continua - dovreste rafforzare le difese in due aree: la prima è il Golfo Persico, da dove sarete cacciati, con l’aiuto di Dio. E a quel punto, dopo la vostra sconfitta a Bagdad, si compirà la vostra rovina economica». I toni sono apocalittici, ma in passato più volte aveva invitato i jihadisti a danneggiare le infrastrutture petrolifere nella regione, peraltro con scarso successo. Meno scontato è il secondo obiettivo: Israele. «La guerra santa sta convergendo sullo Stato ebraico e porrà fine alla supremazia dei sionisti e dei crociati».
E da dove può attaccare Al Qaida se non dal Libano e dai Territori palestinesi? In realtà esiste una terza possibilità, a cui infatti, l’ex medico e amico fraterno di Bin Laden, sembra alludere, quando invita a «colpire i collaboratori degli Usa e i disfattisti che hanno abbandonato la legge islamica per sostenere i governi corrotti in Medio Oriente». Ovvero Giordania ed Egitto. L’importante è «destabilizzare gli idolatri che dominano questo mondo».
Ma sono credibili le minacce di al-Zawahiri? È la domanda a cui i servizi di intelligence cercano di dare una risposta. Da qualche mese l’Amministrazione Bush tende a minimizzare l’influenza del vice di Bin Laden. Secondo Washington, Al Qaida è molto indebolita e usa questi video soprattutto per non perdere visibilità. Ieri in America l’attenzione era tutta rivolta alla commemorazione dell’11 settembre e il proclama è passato quasi inosservato. Ma nel mondo arabo messaggi del genere trovano terreno fertile. Tanto più che Bin Laden, ammesso che sia ancora vivo, deve contrastare l’imprevista popolarità del leader di Hezbollah, Nasrallah, diventato il nuovo idolo delle masse arabe. E questo Osama non può permetterlo. Per questioni di orgoglio personale, ovviamente, ma anche religiose: perché lui è sunnita, mentre il leader del Partito di Dio è un odiato sciita. Qualche settimana fa Hezbollah respinse la sorprendente proposta di un’alleanza avanzata da Zawahiri. Ieri l’ex presidente iraniano Khatami, in visita negli Usa, ha condannato Al Qaida e i «barbari atti dell’11 settembre». Il dialogo tra le due correnti dell’Islam non è possibile. E allora a Bin Laden non resta che reagire. Più con la propaganda che con gli attentati, per nostra fortuna.