Al Qaida trasforma Mogadiscio in un inferno

Il governo di transizione chiede l’intervento della comunità internazionale

Gian Micalessin

L’inferno è in città. L’incubo di un nuovo califfato, copia africana dell’Afghanistan talebano, è all’orizzonte. Tra le rovine di Mogadiscio dove mitragliatrici e mortai dilaniano i civili in fuga si combatte la guerra su commissione tra Washington e al Qaida. Da una parte le bande integraliste della «Corte islamica». Dall’altra i signori della guerra dell’«Alleanza contro il terrorismo e la restaurazione della pace». In mezzo sette giorni giorni di sangue, morte e disperazione e gli inascoltati appelli alla calma lanciati ieri dall’Onu, dagli Stati Uniti e a dal governicchio di transizione somalo. Gli scontri, secondo le ultime e imprecise stime, hanno già causato almeno 150 morti. E morti viventi sono i più gravi fra gli oltre 250 feriti ammassati nelle corsie dell’unico ospedale in funzione. Un luogo d’agonia dove scarseggiano medici, farmaci e strumenti. Il bilancio vero non lo conosce nessuno. Nella bolgia terrena di Mogadiscio si contano solo i morti arrivati al pronto soccorso, quelli visti decomporsi tra le rovine, quelli sepolti da qualcuno in grado di riferirlo. Tutti gli altri sono cadaveri senza un numero. Come quelli interrati nottetempo dalle milizie rivali per nascondere le proprie perdite.
Mentre le richieste di tregua cadono nel vuoto, i miliziani della «Corte islamica» avanzano verso il nord della città. L’Alleanza, responsabile una settimana fa dell’avvio dell’offensiva, sembra incapace di mantenere le proprie posizioni. Il quartiere di Sii Sii, nella zona settentrionale di Mogadiscio, dove si sono concentrati i sanguinosi scontri dei giorni scorsi sembra deserto. Voci insistenti parlano però di centinaia di civili prigionieri tra le rovine, intrappolati tra le linee dei miliziani pronti ad aprire il fuoco su chiunque si muova. E nuovi scontri potrebbero scoppiare a sud della città dove l’Alleanza schiera forze fresche per tagliare i collegamenti con il meridione.
A Baidoa, 150 chilometri dalla capitale dei dannati, vegeta l’impotente governo di transizione, che ha lanciato la comunità internazionale a intervenire per porre fine ai combattimenti. Il presidente Abdullahi Yusuf Ahmed, eletto nel 2004 dal Parlamento, vive a Jowhar, 90 chilometri a nord di Mogadiscio. Per lui, figlio del clan dei Darood e signore della provincia del Puntland, Mogadiscio è terra di frontiera, fonte di pericoli ed insidie. Dalla sua roccaforte il presidente senza nazione accusa gli Usa di aver sovvenzionato e armato l’ «Alleanza contro il terrorismo» per liquidare la giunta islamica che da due anni ha imposto a Mogadiscio la sharia, la legge del Corano. Gli Stati Uniti non confermano, ma la task force anti terrorismo di Gibuti opera da almeno cinque anni sui territori somali.
«Lavoriamo - ripetono a Washington - con tutte gli individui responsabili impegnati nella lotta al terrorismo». Tra questi vi sono di certo Mohammed Deere, Mohammed Qanyare e Bashir Rageh, i tre signori della guerra strateghi dell’offensiva dell’Alleanza. Un attacco sferrato per far piazza pulita degli integralisti, ma anche per difendere i fiorenti affari legati al controllo della capitale.
Molti somali riconoscono alla «Corte islamica» il merito di aver cacciato i signori della guerra, di aver restituito a Mogadiscio una sembianza d’ordine dopo tre lustri di guerra civile, di aver ridato fiducia e sicurezza ai suoi cittadini. Dietro questo manto di efficienza molti intravvedono i tentacoli di Al Qaida. A Mogadiscio chi in questi anni ha invocato l’intervento di un contingente internazionale o ha criticato il rigore fondamentalista ha pagato con la vita il proprio ardire. E secondo molti rapporti d’intelligence, i territori somali e i suoi campi d’addestramento sono diventati l’avamposto dell’infiltrazione integralista nel continente nero.
In quest’embrione di califfato islamico si nasconderebbe anche l’imprendibile Mohammed Fazul, sulla cui testa pende una taglia da 5 milioni di dollari dell’Fbi. Quest’egiziano protagonista 1993 della grande battaglia contro gli americani raccontata dal film Black Hawk Dawn diventò poi l’organizzatore degli attentati del 1998 alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania e sarebbe oggi il coordinatore di tutte le attività africane di Al Qaida.