Al Qaida vuole «piantare un paletto nel cuore di Roma»

Massimo Introvigne

Contro le espulsioni di imam e militanti islamici ultra-fondamentalisti dall'Italia non ha protestato solo la sinistra nostrana. Ha reagito subito anche Al Qaida. Nelle ultime quarantotto ore le agenzie americane e israeliane che effettuano un monitoraggio costante dei siti «jihadisti» che hanno legami con l'internazionale del terrore rilevano che due delle parole più ricorrenti nei messaggi sono «Roma» e «Berlusconi». Un testo minaccia di «piantare un paletto nel cuore di Roma», con riferimento sia al mito del vampiro (familiare in tutto il mondo di cultura islamica) - i vampiri si uccidono appunto con un paletto piantato nel cuore - sia all'asta appuntita delle bandiere di guerra arabe tradizionali, così che l'espressione può anche essere tradotta come «piantare la bandiera (di Al Qaida)» nella capitale italiana.
Gli esperti di Washington e di Tel Aviv - che hanno immediatamente informato la nostra intelligence - sono, per la verità, divisi sull'interpretazione dei messaggi. In effetti «Roma» (Rum) è termine arabo utilizzato per l'Occidente in genere. Quando i Turchi Ottomani conquistarono Bisanzio nel 1453 affermarono di avere sconfitto «Roma» (intendendo l'Impero Romano, o l'Occidente in genere), e i loro predecessori Selgiucidi avevano già parlato di una «vittoria su Roma» nell'XI secolo dopo avere sconfitto nel 1041 le armate cristiane bizantine e occupato l'Anatolia. Pertanto «colpire Roma» può anche significare genericamente «colpire l'Occidente», il quale dal canto suo ha aumentato la pressione sui gruppi fiancheggiatori di Al Qaida non solo in Italia ma anche in Gran Bretagna, in Germania e nella stessa Francia, dove le espulsioni sono state più numerose che da noi.
Altri pensano invece che «Roma» si riferisca proprio alla nostra capitale, obiettivo specifico di futuri attentati, e citano al riguardo due elementi. Il primo è la presenza sui siti jihadisti di messaggi in lingua italiana. Questi siti non hanno verosimilmente molti lettori che parlano italiano; gli emigrati nel nostro Paese reclutati o reclutabili da Al Qaida capiscono benissimo l'arabo. Secondo esperti israeliani, potrebbe trattarsi di «prove generali» per comunicati in lingua italiana da diffondere tempestivamente per rivendicare attentati a poche ore dai fatti. Vi è inoltre qui la conferma che in ambienti per lo meno molto vicini ad Al Qaida ci sono persone che parlano un ottimo italiano. Il secondo elemento è la frequenza degli attacchi rivolti personalmente a Silvio Berlusconi, per cui si usa sempre più spesso negli ultimi giorni l'espressione «primo nemico dell'islam» che era stata utilizzata prima per Bush e poi per Blair.
Dobbiamo allora temere bombe a Roma nel breve o nel medio periodo? Si tratta certo di una possibilità, ma non va neppure dimenticato che Al Qaida da tempo considera il comunicato una forma «virtuale» di atto terroristico, che può produrre effetti anche qualora non sia seguita da veri e propri attentati. Potrebbero anche bastare i messaggi - o così spera certo qualcuno in Al Qaida - per indurre un certo numero di italiani a pensare che un governo che prende sul serio la guerra al terrorismo ed espelle gli imam facinorosi è un governo che li espone al rischio di ritorsioni e di bombe. L'obiettivo sarebbe allora creare un «effetto Zapatero», e l'illusione che si possano ottenere salvacondotti da Bin Laden mandando a Palazzo Chigi qualcuno che lasci gli imam fiancheggiatori di Al Qaida continuare indisturbati a predicare.