Quagliariello e la Francia fra Chirac e Sarkozy

Un \ merito di questa raccolta di cronache di Gaetano Quagliariello \ è di proporre tesi forti. Ne ricorderò tre: quella che consiste nel sottolineare, nonostante la constatazione degli effetti destabilizzanti delle tre coabitazioni, la solidità delle istituzioni della V Repubblica \; il carattere un po’ «azzardato» della riforma che sostituisce un mandato presidenziale di cinque anni al mandato di sette anni istituito nel 1873 \; la considerazione dei rapporti complessi tra la crisi del modello francese di laicità e il rifiuto di fare posto alle radici cristiane dell’Europa. \
È evidente che Jacques Chirac non desiderava che Nicolas Sarkozy gli succedesse all’Eliseo. Rieletto trionfalmente nel 2002 per motivi che non avevano a che fare né con il bilancio del suo settennato né con i suoi meriti, Jacques Chirac si era fissato tre obiettivi: cancellare l’immagine fallimentare lasciata dagli anni 1995-2002; conservare il pieno controllo della sua maggioranza grazie alla creazione dell’UMP e all’assorbimento dell’UDF da parte del RPR; porre l’ex primo ministro Alain Juppé \ in posizione tale da raccogliere il testimone e da poter aspirare con successo alla carica suprema. Nessuno di questi tre obiettivi è stato raggiunto. \
Dopo la schiarita determinata dalle prese di posizione della Francia nella questione irachena, l’opinione pubblica ha per questo provato a poco a poco il sentimento di una sorta di immobilismo \. La svolta decisiva è stata senza dubbio quella della primavera del 2005 e dello smarrimento \ di Jacques Chirac di fronte all’aumento del «no» nel referendum sul Trattato europeo. \ Nel dispositivo originale concepito da Chirac nel 2002 Nicolas Sarkozy \ aveva un posto allo stesso tempo importante e limitato. Il Presidente della Repubblica gli aveva affidato l’incarico di Ministro dell’Interno, con la missione di condurre una politica di fermezza \. La missione non era senza pericoli, tenuto conto della tensione crescente presente in un certo numero di periferie. Nonostante alcuni passi falsi, Nicolas Sarkozy è riuscito a non cadere nella maggior parte delle trappole e ad utilizzare questo incarico ad alto rischio come un vero e proprio trampolino.
Schematizzando le cose in modo estremo, si può dire che la resistibile ascesa di Nicolas Sarkozy è stata legata a tre serie di fattori. In primo luogo, Nicolas Sarkozy ha compreso che per installarsi nella posizione di candidato naturale della maggioranza all’elezione presidenziale gli era necessario assumere il controllo dell’apparato dell’UMP. In questo ha mostrato di aver imparato tutto dalla strategia adottata da Jacques Chirac stesso nel 1977 in occasione della creazione del RPR, associandola tuttavia - dettaglio che non è senza importanza - ad un tipo di gestione del movimento più duttile e meno da clan di quello adottato da Jacques Chirac negli anni 1977-1995. In tal senso, il successo di Nicolas Sarkozy segna una tappa supplementare nella trasformazione del «rassemblement» gollista in un partito politico di tipo classico.
In secondo luogo, Nicolas Sarkozy ha beneficiato dei numerosi errori commessi dal capo dello Stato. Fondamentalmente, Jacques Chirac non sembra aver capito che la riduzione della durata del mandato presidenziale cambiava le carte in tavola e non gli lasciava tutto il tempo di cui avrebbe voluto disporre per risolvere a suo piacimento il problema della successione. Preso alla sprovvista sia dalla condanna di Alain Juppé sia dalla vittoria del «no» al referendum della primavera del 2005, egli ha moltiplicato gli errori tattici nell’ultima parte del percorso. \ Infine, è indispensabile constatare che questo tema della rottura si è rivelato di una temibile efficacia. Da parte di un candidato che aveva esercitato responsabilità di primo piano fin dal 1995, la scommessa era estremamente arrischiata. Eppure, il seguito degli avvenimenti ha mostrato che questa scelta era giusta e che calzava con la personalità del candidato.

* professore ordinario di Storia contemporanea all’Università Paris X Nanterre e professore associato al Centro di Storia di Science-Po