Qual è la politica del «Giornale»? Ascoltare gli italiani

Gentile dott. Granzotto, le scrivo perché negli ultimi tempi la trovo molto spesso impegnato sul tema dell’ambiente, ove ha espresso il suo pensiero, che quasi in toto condivido, con la competenza e la garbata ironia che caratterizza i suoi scritti. Leggendo a volte non finisco la colonnina perché so come va a finire. E mi dico: «Ma perché Granzotto con la competenza che ha e un calepino che ormai sarà alto più di un metro, continua a parlarci dell’ambiente, tema sul quale chi è fedele lettore è già ampiamente vaccinato?». Personalmente non la conosco, però con tutto quello che ho letto di quanto da lei scritto (e non è poco) mi sembra di conoscerla bene, tra l’altro abbiamo la passione per i cani in comune, io apprezzo molto quelli di media taglia anche se ora, data l’età, dopo che l’ultimo mi ha lasciato ho deciso che non ne avrò altri. Escludo che lei scriva solo per dispetto a Pecoraro Scanio o per favorire la lobby nucleare (sono favorevole al nucleare) magari ricevendo cassette di Armagnac per facilitarle la scrittura. Allora le chiedo: c’è una precisa impostazione editoriale al riguardo? Vedo che le lettere che vengono pubblicate, quelle non indirizzate a lei, sono tutte una ripetizione di quanto i giornalisti del giornale scrivono. Feltri, Chiocci, de’ Manzoni ecc. scrivono una cosa e nei giorni successivi si pubblicano lettere che concordano pienamente con quanto scritto, salvo casi in cui si invoca la legge sulla stampa. Mai una lettere che dica «sì ma...». Ho l’impressione che Feltri stia facendo quanto Montanelli non volle fare (avete anche pubblicato la pagina dell’ultimo Giornale firmato da Montanelli dove scrive proprio che se ne va perché non accetta di fare il direttore di un giornale di partito). Io sono d’accordo che un giornale debba rispecchiare le intenzioni del suo editore (Mauro con la Repubblica lo fa divinamente, non esiste un pensiero Mauro, solo riflessi di Scalfari e De Benedetti) però noi siamo liberali e se il nostro editore o qualcuno dei suoi fa una maialata, non lo dobbiamo coprire.
Roma

Quella delle cassette di Armagnac è una buona idea, caro Massi. Mi faccia avere il telefono della lobby nucleare, così le do una svegliata perché finora di quel nettare neanche un goccio, e sì che me lo farei volentieri. Quanto alla principale delle sue dolenze, ha ragione. Il nostro è un giornale di partito. Quello della maggioranza d’italiani non gauchisti, non manettari, non tri o quadrinariciuti, non devoti dell’ipocrisia politicamente corretta, non disposti ad appaltare il proprio cervello a una banda di giacobini che si vogliono geneticamente diversi. La nostra ambizione è far sentire, in controcanto, la voce di quell’Italia. Risultiamo un po’ troppo berlusconiani? Senta questa: quando il Cavaliere tolse dagli impicci il Giornale fornendolo di una dote, Montanelli ci disse: ora, per allontanare il sospetto d’esserci venduti per un piatto di caviale, dobbiamo mostrarci irriconoscenti. Per cui, nessuna compiacenza per la Fininvest e per il Milan (l’allora editore non era ancora «sceso in campo» e quelli erano i suoi gioielli). Bene, la Fininvest inanellava successi d’ascolto uno via l’altro e il Milan era quello «stellare» di Van Basten e di Gullit, di Baresi e Donadoni. Difficile evidenziarne le pecche per minimizzarne i meriti. Ebbene, siamo sempre lì, caro Massi: hai voglia cercare di smarcarsi dal politico che è il leader riconosciuto di quegli italiani ai quali noi diamo voce. Potremmo, questo sì, enfatizzarne i peccatucci, le barzellette, le così dette gaffes, la sua ruspante joie de vivre. Quando è proprio il caso non ce ne esentiamo, ma non ci chieda, per scrollarci di dosso il berlusconismo, di sposare l’antiberlusconismo fra le lenzuola, come fanno i repubblicones. Siamo gente seria, noi.