Qualche dubbio sulla riforma di Brunetta

A volte il rimedio può essere peggiore del male. Ricordiamo ancora la riforma Bassanini della pubblica amministrazione imperniata su alcuni pilastri fondamentali tra cui la delegificazione e l’assunzione di responsabilità. La conclusione fu che centinaia di norme legislative furono sostituite da migliaia di norme amministrative che hanno letteralmente mandato in tilt le amministrazioni centrali e gli enti locali, mentre sono stati aboliti i comitati di controllo su Comuni e Province, lasciando così campo libero alla fantasia amministrativa locale, per non parlare della corruzione in alcune aree del Paese. A distanza di poco più di dieci anni visto il fallimento della Bassanini, Renato Brunetta riprova a cambiare di nuovo tutto, dopo che il governo Prodi, con il ministro Nicolais, aveva già tentato di cambiare ancora una volta parte dell’organizzazione della pa. Insomma, come dice una vecchia canzone, si cambia, si gira e si torna a cambiare, quasi che il cambiamento in sé fosse il valore di fondo. Approvata la nuova legge Brunetta nel marzo scorso, sta per uscire il decreto legislativo di attuazione della nuova riforma, che rischia di introdurre, almeno per alcune parti, altra confusione e altra burocrazia. Due esempi su tutti. Il primo è quello che riguarda la cosiddetta performance nelle amministrazioni pubbliche, i risultati, cioè, raggiunti nel miglioramento dell’offerta dei servizi, tema peraltro al quale si stanno già dedicando da due anni tutti i ministeri. Secondo questo nuovo decreto, a valutare i risultati di esercizio non sarà più l’amministrazione con i suoi attuali organi di audit interni (i cosiddetti Secin), ma un’autorità esterna sembra con stipendi altissimi (si parla di quasi 500mila euro l’anno per il suo presidente), la cui indipendenza e autonomia andrebbe esercitata «in collaborazione con il ministero dell’Economia e con la presidenza del Consiglio». Insomma, autorità indipendente sì, ma non troppo. In aggiunta verrebbero aboliti i Secin dei singoli ministeri, di cui solo due mesi fa la stessa legge Brunetta aveva deciso di rafforzarne poteri e mezzi, per sostituirli con nuovi organismi con funzioni abbastanza simili, ma messi sotto il controllo di questa famosa nuova autorità. Senza offesa per nessuno, questo andamento schizofrenico della legislazione diffonde incertezza e precarietà in un settore come quello del pubblico impiego che, al contrario, avrebbe bisogno di una quotidiana correzione, senza ipotizzare cambiamenti cosmici che finiscono poi nel nulla. L’altra questione introdotta è quella della cosiddetta class action nei riguardi delle amministrazioni e dei concessionari dei servizi pubblici (vedi, ad esempio, municipalizzate) per tutelare, si dice, i cittadini dall’eventuale pessima prestazione dei servizi pubblici. Si chiama class action ma non porterà giustamente alcun risarcimento dei danni. Ma allora cos’è, se non la lite per la lite? Tutti i ricorsi, infatti, andrebbero presentati prima ai vertici delle amministrazioni contestate, per poi finire sul tavolo di un giudice. Morale della favola, verranno prodotti una serie di contenziosi portati avanti naturalmente dalle associazioni dei consumatori, i nuovi sindacati del terzo millennio la cui rappresentatività per noi che siamo ignoranti è pressoché misteriosa, scaricando sulla magistratura compiti che non le apparterrebbero sol che dinanzi a un esposto che denunci un disservizio si introducesse l’obbligo per l’amministrazione di rimuoverne le cause entro trenta giorni. D’altro canto, se alla fine di questo nuovo ambaradan sarà la magistratura a dover intervenire, il ministero della Pubblica amministrazione cosa ci sta a fare? Molti ministri hanno già condiviso queste nostre perplessità nell’ultimo Consiglio dei ministri. Renato Brunetta, che ha già conseguito alcuni successi, ha l’intelligenza politica e la capacità tecnica di sposare la semplificazione senza aggiungere altre bardature come quelle che abbiamo letto nello schema del decreto legislativo in corso di approvazione. Brunetta sa inoltre che in politica il maggiore errore è quello di innamorarsi di se stessi e dei propri prodotti, mentre l’eterna saggezza è la capacità di ascolto e il tenace cambiamento quotidiano per modificare cultura e comportamenti.