Qualche idea per un vero codice etico

La proposta lanciata qualche giorno fa da Enzo Biagi, Giovanni Sartori, Paolo Sylos Labini e Antonio Tabucchi di un codice di comportamento per le forze politiche, e in particolare per quelle dell’Unione, non ci sembra malvagia. Forse, però, c’è bisogno di qualche ulteriore specificazione se l’illustre sinedrio ce lo consente. Poiché non si tratta di leggi o regolamenti che sono appannaggio del Parlamento sovrano e delle autorità di controllo (noi siamo ancora rimasti a Tocqueville e non vorremmo scoprire dagli autorevoli studiosi dell’economia, del diritto e della morale che c’è stata intanto una più moderna teoria sulla separazione dei poteri), non trattandosi di leggi e regolamenti, dicevamo, ma solo di un codice di comportamento a cui liberamente vincolarsi, forse l’ulteriore dettaglio che proponiamo potrebbe essere accettato. Dal momento che questo codice attiene «all’offerta politica», sarebbe forse più giusto che a scriverlo fossero i poveri di questo Paese che, secondo le ultime stime Istat, sono 7 milioni o giù di lì. Una proposta di questo genere potrebbe apparire demagogica e territorialmente squilibrata (il Sud la farebbe da padrone) e va quindi corretta con una dose di maggiore realismo e di più efficiente praticabilità. I poveri, infatti, non saprebbero neanche da dove cominciare per scrivere un codice etico che valga a condizionare i comportamenti non solo dei politici, ma anche dei ricchi e dei potenti del Paese, a cominciare, naturalmente, dagli editori e dai direttori dei giornali. Una correzione utile, allora, sarebbe quella di affidarlo a cento persone del ceto medio, quelli, cioè, che hanno un patrimonio al di sotto di 500mila euro e guadagnano non più di 80mila euro netti l’anno e che in questi ultimi tempi sono stati costretti a ridurre drasticamente i consumi per via del cambio lira-euro. L’area sarebbe quella dei professori universitari che non fanno libera professione, dei dirigenti delle forze dell’ordine, dei dirigenti medio-alti e di piccole e medie imprese sulle cui spalle poggia larga parte dello sviluppo del Paese, dei dirigenti della pubblica amministrazione, dei professori di scuola di ogni ordine e grado, degli operai specializzati, dei medici ospedalieri a tempo pieno e dei giovani e delle donne disoccupati, tanto per indicare le maggiori categorie da cui estrarre a sorte i nominativi dei magnifici cento.
A questi andrebbe lasciato un periodo di tempo non superiore a tre mesi per scrivere liberamente quali comportamenti vorrebbero che i propri politici e la propria classe dirigente praticassero. Naturalmente la massa degli opinionisti più autorevoli, che ha un patrimonio molto superiore a 500mila euro e guadagna molto di più di 80mila euro l’anno, potrebbe aiutare questo fecondo lavoro dei rappresentanti del ceto medio tartassato chiedendo loro di rispondere ad alcuni quesiti su questioni di fondo, a cominciare dalla libertà di informazione. È giusto, ad esempio, che alcune banche siano in un patto di sindacato per la guida del più grande gruppo editoriale che ha nella sua pancia il più diffuso quotidiano del Paese come Il Corriere della Sera? E se a queste banche l’autorità pubblica, amministrativa o giudiziaria, ha contestato il danno procurato a centinaia di migliaia di risparmiatori per aver piazzato tra le loro mani azioni e bond della Parmalat e della Cirio, i responsabili devono o no essere sospesi dalla loro funzione, anche se non sono stati telefonicamente intercettati? Ed ancora, è giusto che un’azienda indebitata come la Fiat, che soffre per mancanza di liquidità e per scarsezza di investimenti, continui a possedere il 10 per cento del maggior gruppo editoriale del Paese mentre continua a mettere in cassa integrazione migliaia di lavoratori? E per rimanere sul terreno economico, è giusta la prassi delle cosiddette stock options miliardarie che alcuni grandi imprenditori e manager prendono dalle casse delle proprie aziende solo per aver fatto il proprio dovere, che è quello di creare valore per le società che dirigono? E se la risposta fosse affermativa, sarebbe altrettanto giusto ridurre il loro stipendio se l’azienda dovesse andare male o il criterio di produttività vale solo in una direzione e non nell’altra? Ed infine, è giusto che a decidere chi è morale e chi è immorale, chi è dentro la «Suburra» e chi ne è fuori, tanto per usare un’espressione letteraria del divo Scalfari, siano alcuni direttori di giornali i cui editori sono stati inquisiti o sono indebitati? Questi ed altri quesiti i ricchi e i potenti non se li porrebbero mai se dovessero definire un codice di comportamento. Come è noto, i ricchi e i potenti fanno i codici di comportamento per gli altri e mai per sé o per i propri amici. Ecco perché ci sembra giusto integrare l’alta proposta morale di Biagi, Sartori, Sylos Labini e Tabucchi indicando anche le categorie che dovrebbero dettare e scrivere quelle norme cui i partiti e la classe dirigente del Paese liberamente si possono poi vincolare oppure no. Insomma, una sorta di primarie della moralità senza scudo per nessuno. Sul terreno più squisitamente politico andrebbe domandato poi ai rappresentanti di quel ceto medio tartassato se ritengono giusto espropriare il cittadino-elettore del diritto-dovere di scegliere liberamente il candidato da votare senza trovarlo già scritto e stampato sulla scheda elettorale secondo i voleri di quei quindici o venti oligarchi, o parenti di oligarchi, che fanno il bello e il cattivo tempo sulle candidature. Vorremmo subito dire ai nostri elettori che non siamo dei fanatici o dei fondamentalisti di quel messaggio evangelico secondo il quale è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli. Non lo siamo perché conosciamo le umane debolezze. Ciò non toglie che restiamo indignati dalle lezioni di morale elargite quasi ogni giorno da personaggi ricchi e potenti sol perché controllano quote azionarie di grandi quotidiani sempre più ridotti a cani da guardia di piccoli interessi. Al contrario, migliaia di medi imprenditori che danno lavoro a milioni di persone non hanno voce sol perché non sono nel parterre di Mediobanca, del gruppo Rcs o della Mondadori e non ospitano sulle proprie barche, tra uno champagnino e l’altro, deputati e senatori di questa o di quella contrada. Nel ’92 per abbattere la politica dei grandi partiti di massa ci fu bisogno delle Procure della Repubblica, oggi i mandanti di ieri ritengono di farcela da soli con i propri giornali. Un errore grave quello di ieri che si ripete oggi con risvolti farseschi. Il Paese è gravemente malato, ha bisogno più che mai di serietà e di compostezza e del ritorno di una politica alta, dignitosa e libera in grado di discernere il grano dal loglio e di non lasciarsi intimidire da un editoriale qualunque sia il giornale che lo pubblichi. Se di un codice di comportamento ci fosse davvero bisogno, allora non lo suggeriscano i ricchi ed i potenti. O andiamo al Parlamento sovrano, che dovrebbe, a norma di Costituzione, pure disciplinare la vita interna dei partiti, o andiamo direttamente ai rappresentanti del popolo. E per un minuto i ricchi e i potenti abbiano il pudore di tacere.