Ma qualcuno pensi anche ai papà

«I giudici, spesso, tendono a proteggere a priori le madri. Non sempre a ragione»

Cara «ex contessa, ex duchessa, ex marchesa ed ex moglie, ma ancora fortemente madre e donna», è chiaro che nessuno di noi vuole ironizzare su una delle situazioni più drammatiche della vita: la rottura di un matrimonio, ma soprattutto gli strascichi che questa si porta dietro. Strascichi che, quasi sempre, colpiscono i più indifesi: i figli. Ed è altrettanto chiaro che siamo con lei nel denunciare i «padri-bambini», uomini che non hanno mai imparato a crescere, capaci solo di farsi mantenere dalle famiglie di origine, che li coccolano nella bambagia e che vigilano attentamente affinchè i pargoli prediletti non lavorino, non sudino, non si stanchino e non crescano. Poverini! A trenta o quarant’anni! Ma perchè dovrebbero sporcarsi le loro manine delicate?
Detto questo, su cui credo che siamo tutti d’accordo, non penso che aiutino la giusta causa ordinanze come quelle di Genova - di cui abbiamo dato notizia sul Giornale e per cui abbiamo ricevuto decine e decine di chiamate, comprese quelle di molti avvocati che volevano sapere come funziona per provarci pure loro - in cui si riconoscevano alla moglie separata alimenti più ricchi dello stipendio del marito separato. Ridotta all’osso, quell’ordinanza spiegava che il coniuge viene da una famiglia di professionisti e che i genitori di lui aiutavano le casse familiari, assicurando alla coppietta un tenore di vita agiato. E quindi la moglie separata doveva continuare a godere di quel tenore di vita e i suoceri dovevano continuare ad aiutarla.
Ognuno è libero di giudicare quella decisione. Ma, per l’appunto, ribadisco che le distorsioni - in un senso o nell’altro - non aiutano le battaglie giuste. E se davvero il papà di quella storia genovese, che fa l’impiegato e guadagna 1500 euro al mese, non fosse più aiutato dai suoi genitori, come farebbe a versare i 2500 euro assegnati all’ex moglie? Certo, fra le righe della decisione sugli alimenti, gli si consiglia di trovarsi un lavoro meglio retribuito. Ma, insomma, giuridicamente in fatto di diritto di famiglia si è sentito di meglio.
Certo, condivido l’amarezza della signora Daniela, ma credo anche che - nella vita - per un bimbo ci siano cose più drammatiche di non frequentare «scuole private», di non avere «amicizie esclusive», di non passare le giornate in «mini-club riservati» e di non essere invitati «a tutte le festine». Credo che, per i suoi figli, «misurarsi con un mondo che non è quello dove sono nati e cresciuti» sia un aiuto ad affrontare la vita, non certo un dramma. Credo che «guardare da dietro la recinzione il circolo velico più esclusivo di Palermo dove i loro cugini vanno ogni giorno al mare» sia il miglior modo per crescere e per diventare diversi dal loro padre mai cresciuto raccontato dalla signora. Credo che frequentare la spiaggia libera, nonostante il rischio micosi, sia il miglior modo di affacciarsi alla Vita. Almeno, io con i miei bimbi mi comporto così. E, con mia moglie, non abbiamo mai avuto a pentircene. Le gabbie dorate le lasciamo volentieri ad altri.
Un’ultima annotazione. Capisco la sua rabbia di mamma i cui diritti sono stati calpestati. Ma le assicuro che, facendo questo mestiere da tanti anni, ho letto anche storie più drammatiche della sua, raccontate da centinaia di padri separati. Storie di diritti negati. Storie di bimbi a cui i giudici e le madri non hanno riconosciuto il diritto ad avere un papà. Non erano belle storie, mi creda.