Quale Milano?

Donna stupenda, intimista, che trascura il suo fascino al punto d’apparire inappetibile. La «rospa addormentata» in attesa del bacio di un innamorato per trasformarsi in principessa. Milano brutta bruttissima quasi romantica, Edizioni MilanoExpo, recita il titolo del libro di Giuseppe Tesorio, giornalista; ma vuoi vedere che il «principe azzurro» capace di trasformare la città in regale sembianza è proprio lui? Lui, che dopo aver tenuto sul Corriere una rubrica per quattro anni sugli angoli disattesi della città, ha raccolto e riscritto quei commenti per far uscire dalle pagine il corpo di una donna che sfodera gentilezza d’animo e onestà di forme, tanto che Oscar Wilde scrisse: «Milano è una seconda Parigi».
Meglio. E’ una Parigi con il tocco... anzi il tacco metropolitano di New York, la Grande Mela grande nel piccolo. E Verga annotò: «Milano è la città più città d’Italia». Raccolta, misteriosa, impalpabile nei luoghi fanciulli e ricercati. Come poter ridestare la «rospa addormetata»? Ecco i tocchi della bacchetta magica.
Quel tocco di verde. «Il primo premio in romanticismo va al parco della Guastalla, passeggiando sotto la pioggia. Questo dettaglio, le gocce dal cielo, è fondamentale» racconta Tesorio. Il timido, meneghino genius loci esce allo scoperto più con il brutto che con il bel tempo. Un verziere dolce, dolce attende una visita all’Anfiteatro Romano in via De Amicis. «Apri il portone e tra i resti dell’antico teatro scopri una realtà ovattata in mezzo ai sentierini alberati. I rumori lì vicino restano tutti fuori dal cancello e improvvisamente non hai neppure più la cognizione di trovarti a Milano». Ci chiama con tenerezza il giardinetto più mini della metropoli. Cento metri quadrati in piazza Santo Stefano alle spalle della chiesa di San Bernardino alle Ossa. Lo smeraldo minuto, estremamente prezioso, incastonato con arte, lì ancora a testimoniare che la città è ritrosa, difficilmente esce da sola allo scoperto. Devi cercarla.
Quel tocco all’improvviso. Come tutte le bellezze complesse, va colta nelle sfumature, perché cambiare pelle in un attimo è vezzo tipico della sua natura più sfacciata, quella commerciale per cui è nota. «Oltrepassare il Castello, affacciarsi alla ringhiera del parco Sempione, volgere lo sguardo all’Arco della Pace alle 18, d’estate, e vedere il sole scendere dietro ai cavalli». E’ una meraviglia degna del detto: «Paganini non ripete». Come arrivare in certe ore del meriggio in piazzetta Sant’Eustorgio. Prospettiva dell’acciottolato di via Santa Croce, chiesetta romanica sullo sfondo e ai lati i bistrò, dove la gente chiacchera in serenità.
Sfiorata da ali d’angelo. «E’ un giorno qualunque. I pensieri vanno. La folla corre. Eppure sai che sulla chiesa di Santa Maria delle Grazie gli Angeli rimangono in preghiera». E’ la traduzione momentanea di Giuseppe Tesorio di uno degli appunti del libro, che nelle ultime pagine sfoggia il capitolo «Milano in tre righe». Ma le ali spuntano anche a Santa Maria Segreta in piazza Baracca. Dentro ci sono due Messaggeri d’uguale sembianza. Sono chiamati l’Angelo della pioggia e l’Angelo del sole. Un tempo un vecchio parroco poneva sul sagrato la statua dell’uno o dell’altro a seconda che si volesse chiamare il bello o il brutto tempo.
Sfiorata dalla leggenda. Sono dodici le storie intriganti che vagano sui marciapiedi. Vicende di diavoli, l’incantesimo maledetto che riguarda Palazzo Marino, la testa girata della statua del Cristo in largo Augusto. Si narra che il capo del Signore si girò il giorno in cui una giovane ragazza si uccise, gettandosi dal ballatoio per un dispiacere amoroso. Il suo ragazzo era un brigante; nel giorno in cui fu mandato al patibolo, la giovane non resse e si suicidò. Sembra che nell’800 la statua fosse stata sottoposta a un restauro e che per errore il capo sia stato montato al rovescio.
Mangiata da un drago. E’ il non amore. Il non amore che amministrazione e milanesi non riservano alla loro principessa. Distratti, non si curano della sua indole delicata. «Non è possibile che in via Circo - commenta Tesorio - i resti del Circo Romano siano buttati lì, senza un cartello e una giusta qualificazione del sito. Vicino c’è il pavimento di una casa romanica chiuso nell’entrata di un condominio privato. I monumenti sono sbiaditi. La targa dedicata a Giordano Bruno in via Mentana è nera. Non si legge nulla. La Colonna del Redentore in largo Augusto o il monumento a Beccaria sono sepolti sotto moto, motorini, biciclette. In largo Carrobbio il resto di una torre romanica è inglobato in un bistrò. Troppe bellezze finiscono in questo modo». Additiamo Pompei come turpe esempio della non cultura italiana. Troppo sovente questa non cultura è in casa nostra. Ora che che arriva l’Expo 2015, vediamo se qualcuno è capace d’abbattere il drago.