Ma quale ribelle, è un modaiolo

Fabri Fibra si scatena e spara banalità a raffica sull’Italia. Quelle che piacciono a chi si crede anticonformista...

All’estero funziona tutto, in Italia niente. Si potrebbero ridurre a una riga le trecentosessanta pagine di Dietrologia, sottotitolo I soldi non finiscono mai (Rizzoli, euro 16), primo libro di Fabri Fibra, rapper trentacinquenne ritratto in copertina con i bicipiti tatuati mentre si accende una banconota da 500 euro. «Questo che hai tra le mani - si legge nel risvolto - non è un romanzo né l’ennesima inutile autobiografia di un vip. È una scossa violentissima. È un elettroshock. È un manifesto politico». Sarà per questo che la prefazione è firmata da Marco Travaglio? Il quale, superato un attimo di stupore («Che c’entro io con un rapper famoso?»), cavalca lui stesso la «scossa» per i giovani: «Più che un libro, questo è una sveglia che trilla per i tanti ragazzi che si abbandonano al qualunquismo, alla sfiducia, al disimpegno...». Spiace dissentire. Ma pensiamo che difficilmente un lamento tanto monocorde e una recriminazione tanto indistinta possano trasmettere voglia di vivere e d’impegnarsi a chicchessia.
Nell’interminabile requisitoria dell’autore, questa sì davvero qualunquista, non si salva niente. La famiglia, cominciando dai genitori, è una vera sciagura. Perché «gli italiani non hanno una loro vita, hanno una vita legata ai loro genitori, che (a loro volta) hanno una vita legata ai loro genitori». E indietro così, di sventura in sventura. Con i vecchi che continuano a occupare gli spazi ostruendoli ai giovani. Invece, «andare a letto con ragazze che non sono italiane, ragazze già emancipate» è tutta un’altra storia. «Solo in Italia si sentono le ragazze dire cose del tipo: “io ho problemi con il sesso orale, non mi piace”. Ma stai scherzando?». Pensa un po’, le ragazze italiane hanno remore con il sesso orale, colpa delle mamme...
Una tragedia peggiore, se possibile per Fibra, è quella dei mass media. I giornalisti, in primis quelli che si azzarderanno a criticare questo libro, bersaglio del fuoco di sbarramento preventivo: «Qualunque giornalista tu sia... non puoi e ripeto non puoi fare una recensione di questo libro scrivendo che dico cazzate». Poi internet, un’occasione persa per l’Italia. E la televisione. È come se negli ultimi vent’anni «avesse selezionato solo bei film, tutti con un lieto fine e avesse trasmesso solo i finali, quelli belli, quelli festosi». Mentre oggi impera Uomini e donne dove i protagonisti stanno su un trono, quand’era piccolo Fabri Fibra si guardava Happy Days, dove Fonzie «lavorava in un’officina e si faceva un gran culo». Così quando qualcuno gli chiede come fa ad avere successo lui risponde: «Io guardavo Happy Days». Però, bando alle nostalgie, roba da vecchi che impedisce al rap italiano di sfondare, di pasare nelle radio, dove c’è una mentalità che non valorizza i talenti, i nuovi linguaggi ribelli. Altro che all’estero...
All’estero... In Italia... Le invettive di Dietrologia cominciano così (come un vecchio brano o un programma di Mtv). Una metrica, un mantra, un lungo rap ma senza rime. Solo con la stessa muscolarità, la stessa visceralità. Purtroppo anche la stessa banalità. Fabri Fibra, che ha spopolato con Tranne te, trabocca di rabbia e disgusto. E predica la ribellione al «matrix», ingranaggio infernale nel quale «dopo che una persona lavora dalle otto alle dieci ore al giorno, dopo che ha perso altre due ore per gli spostamenti... non ha più la forza d’informarsi su cosa sta succedendo veramente nel Paese, non ha più la forza di protestare» perché schiacciata dalla routine.
Peccato che anche qualche buona intuizione sia sommersa dal mare delle recriminazioni. Come quando spiega lo struggle, la capacità di «lottare per il raggiungimento di un risultato, di un obiettivo». Non c’è il colpo di culo. C’è la meritocrazia, un percorso che parte «da un desiderio, il desiderio di raggiungere un risultato». Ma subito ci si rituffa nelle lamentazioni presuntuose che, secondo Travaglio, dovrebbero aiutare a vincere il qualunquismo. E sono invece, ahimé, l’espressione del neoconformismo dominante. Cosa c’è infatti di più alla moda, oggi, della logorrea pessimista e diffusamente distruttiva il cui l’unico punto d’arrivo è quell’«andare via» che somiglia tanto a una fuga?