"Ma quali indagini sociali, io scrivo della solitudine"

Bret Easton Ellis in Italia per presentare il suo ultimo romando: Imperial Bedrooms

C’è Bret Easton Ellis in Italia - presenterà il suo ultimo romanzo Imperial Bedrooms (Einaudi, pagg. 150, euro 18) questa sera ad Alba con Andrea Canobbio e Giuseppe Culicchia e domani sera a Milano con Antonio Scurati - e per i lettori è certo una ghiotta occasione di incontrare dal vivo l’autore del leggendario American Psycho, agghiacciante ritratto degli anni Ottanta con serial killer vestito Armani. Per le pagine culturali dei quotidiani, invece, è la possibilità di ottenere un parere direttamente dallo scrittore su una questione assai dibattuta circa i suoi libri. Questa.
Mr. Ellis, sgombriamo subito il campo. Lei è uno scrittore moralista?
«No».
Si legge sul retro di Imperial Bedrooms un giudizio del Financial Times: «Ellis è un moralista che si interroga su come le persone si trasformano in mostri».
«Che follia. Devo avvisare di far togliere quella roba nella prossima edizione. Soltanto il Financial Times poteva fare un’affermazione così».
Eppure Bene e Male, con le maiuscole, sono parole che i critici spendono spesso recensendo i suoi libri...
«Bene e male, con le minuscole, stanno al cinquantesimo posto nell’elenco delle mie priorità quando scrivo un libro. Alle prime posizioni stanno il mio dolore, la situazione in cui mi trovo e come, eventualmente, posso uscirne. Scrivere è un processo di elaborazione, di drammatizzazione, che uso per togliermi di dosso il dolore. Questo non vuol dire che non mi senta solidale, per esempio, con i minatori cileni che sono stati salvati questa notte. Provare questa solidarietà non significa, per me, dover prendere posizione letteraria davanti al bene e al male. Ma se questo è quello che molti hanno eccepito da 25 anni di mia scrittura, allora concediamoglielo: scrivere è un atto morale».
Va meglio con «scrittore satirico», come la definisce Wikipedia? Sarebbe piuttosto facile pensarlo, leggendo Imperial Bedrooms.

«Definizione abbastanza corretta. Tento sempre di non rinunciare all’ironia. L’humour è un mio tratto costituzionale. Che poi il pubblico elevi il mio umorismo a satira, è un’altra faccenda. Tuttavia il mio ultimo romanzo non è sociologico. È un’autobiografia, come i sei precedenti. Chiaro che non sono mai stato coinvolto in omicidi o in cartelli di droga, ma Imperial Bedrooms è davvero una riflessione sulle mie emozioni più profonde. E non potrei condurla con gli strumenti di Stephen King, anche se posso leggerlo con piacere, perché a quel punto non riuscirei a mettere il mio nome in copertina. Posso affrontare i miei traumi - come quello, ancora lontano dall’essere metabolizzato, per la morte di mio padre - solo non allontanandomi dal mio stile».
Imperial Bedrooms è tuttavia anche un sequel di quel romanzo molto sociologico che è Meno di zero.

«Dissento completamente. Imperial Bedrooms non è il sequel di un bel niente, anche se molti dicono il contrario. C’è il personaggio di Clay, che otto anni fa, quando cominciai a scrivere il libro, mi interessava enormemente. Ho avuto la sensazione che Clay fosse atterrato in un luogo diverso da quello di Meno di zero e volevo capire che tipo di posto fosse. Certo, ritorna anche qualche altro personaggio di quel romanzo, come in Glamorama e in Lunar Park ritorna qualcosa di Le regole dell’attrazione. Ma tutto si ferma qui».
Se non un sequel, una specie di commedia umana con personaggi che si intersecano.

«Non sono un architetto. Non faccio mai questo genere di piani, che tanto poi falliscono da soli. Mentre scrivevo Imperial Bedrooms ho letto molto Raymond Chandler, ho avuto una storia con una persona simile al personaggio di Rain Turner, sono andato a pezzi psicologicamente. Scrivere era l’unico modo per tenere sotto controllo quello che restava della mia vita. Proprio come ai tempi di American Psycho, che è un altro romanzo autobiografico scritto in un periodo in cui volevo assolutamente appartenere a quella società descritta nel libro, società che allo stesso tempo mi faceva schifo. American Psycho è un libro sulla solitudine, non un’indagine sociale».
Tuttavia un po’ di critica al postmoderno lei la fa. A un certo punto il protagonista di Imperial Bedrooms riceve un sms anonimo: «Ti sto tendendo d’occhio». Paranoia da tecnologia.
«La paranoia è la passione della nostra epoca, o almeno quella di Bret Easton Ellis. Quando avevo 21 anni il professore del corso di scrittura creativa volle pubblicare la mia tesina, quello che poi fu Meno di zero. Divenni famoso. Dovetti fare a pezzi la mia vita e ricostruirla. Divenni paranoico. Solo oggi ho preso possesso della mia paranoia, non subendola più».
Come ha fatto?

«Un esempio. Durante la stesura di Imperial Bedrooms ho lavorato anche a un’operazione cinematografica, The Informers, che poi è stata un insuccesso. Sa perché è capitato? Perché non capivo la lingua di Hollywood. Lì le persone mentono in continuazione, perché mostrarti ottimista è l’unico modo che hai per arrivare a girare il tuo film. E io non capivo il loro linguaggio. È una strada che ho dovuto percorrere. La paranoia, oggi aggravata dalla tecnologia, parte tutta da situazioni simili. Ma se è per questo rimedierò scrivendo qualche puntata di The Followers, la mia futura probabile soap opera! Aspetto la risposta per il contratto definitivo entro una settimana».
L’ultima riga di Imperial Bedrooms: «Non ho mai voluto bene a nessuno, e le persone mi fanno paura». Quanti dei suoi lettori si saranno identificati in queste due righe?

«Zero. Nessuno. Anzi, uno. Io».