Da quali pulpiti

Dopo tre-quattro giorni durante i quali noi del Giornale siamo stati dipinti come dispensatori di scandali di bassa lega, grazie al cielo qualcosa è cambiato. Grazie al cielo e grazie a Giulio Anselmi, direttore de La Stampa, che ieri ha scritto quel che abbiamo sostenuto noi fin dall’inizio di questa storia: e cioè che in Italia la privacy è sacra solo per i politici.
Conosco Anselmi dai tempi in cui eravamo insieme al Corriere: lui condirettore, il sottoscritto semplice cronista. So che è un signore, e non mi stupisco che sia obbiettivo. Anche Vittorio Feltri ci ha difesi, e ringraziamo pure lui.
Vittorio non si offenderà se parliamo più di Anselmi. Il motivo, lo capirà benissimo: Anselmi è al di sopra di ogni sospetto, perché è uno di quei direttori che ha deciso di non pubblicare il nome di Sircana. Non credo sia pentito della scelta fatta. Però ha l’onestà di ammettere che ha un dubbio. È quasi un outing, per usare un termine di moda: «Siamo del tutto sicuri - ha scritto - che il suo ruolo (suo di Sircana, ndr) sia stato estraneo alla valutazione fatta dalla quasi totalità dei giornali italiani, e che nella scelta non siano entrati rapporti di conoscenza, di frequentazione, di alleanza, in qualche caso di amicizia?».
Insomma, Anselmi dice ai colleghi direttori: stiamo attenti a riempirci la bocca con paroloni tipo «rispetto della persona», la verità potrebbe essere diversa, e cioè che abbiamo avuto riguardo di un potente (o di un amico, cambia poco). Tanto più che tutti coloro - politici e giornalisti - che si sono stracciate le vesti per il coinvolgimento del portavoce di Prodi, hanno dimostrato ben minore sensibilità per le altre vittime della stessa inchiesta. Ha scritto ancora Anselmi: «Non siamo colpiti dal moltiplicarsi delle solidarietà che lo riguardano (Sircana, ndr), mentre nessuno si fa scrupolo per il trattamento riservato alle starlette da cinquemila euro a serata?».
Il riferimento ad Aida Yespica è evidente. Di questa donna, due dei protagonisti della cosiddetta «Vallettopoli» dicono al telefono che si prostituisce per cinquemila euro a notte. Prove, zero. Reati eventuali idem, zero. Eppure i grandi giornali che ci hanno fatto la predica hanno riportato paro paro quell’intercettazione.
Anche noi, ahimè, l’abbiamo pubblicata. Ma abbiamo sbagliato, e chiediamo scusa. Diversamente dagli altri che invece ritengono vergognoso dare notizia di un tentativo di ricatto ai danni del portavoce del presidente del Consiglio. Il Corriere, ad esempio. Quando è scoppiato il caso Sircana ha coniato un neologismo, «Fangopoli». Ha messo grande grande in prima pagina la ritrattazione del fotografo che ha pedinato Sircana, e il suo vicedirettore Pierluigi Battista, in un articolo di fondo, ha evidentemente preso per oro colato quelle parole, scrivendo che le foto-ricatto a Sircana sono «un episodio inventato». Battista è una persona seria, e oggi riconoscerà che quella sua frase è sbagliata, che le foto esistono, che la ritrattazione è falsa.
Ma poi: chi parla di «Fangopoli» ieri pubblica, a pagina 9, un’intervista a Silvia Abbate, una ragazza che non solo non è accusata di alcun reato, ma che è già uscita dal mondo dello spettacolo. Aggiungiamo che è pure incinta e aspetta solo di diventare mamma. Ma l’intervistatore del giornale che denuncia «Fangopoli» le ricorda «l’incontro particolare che Corona le avrebbe procurato», e i mille euro ricevuti. Lei risponde che non ne vuole sapere, ma con grande signorilità il collega insiste: «Si parla in particolare dell’incontro con un imprenditore. Perdoni la franchezza, ma lei ha confermato che siete finiti a letto». Chapeau.
Questi sono i pulpiti da cui ci hanno fatto la predica. Giornali che per anni sulle intercettazioni hanno costruito le loro campagne di interessi politici ed economici. Giornali che oggi dicono che ciò che è privato non deve fare notizia: ma non è passato molto tempo da quando hanno «aperto» con una lettera che aveva per oggetto uno screzio fra coniugi. Giornali come il manifesto, che ieri ha scritto: «Via la spazzatura dalle prime pagine». Ma sì: via la spazzatura dalle prime pagine. Comprese quelle in cui il manifesto dava del cane al Papa, e faceva sparire con un fotomontaggio le armi dalle mani dei palestinesi.
Intendiamoci bene. La questione della spazzatura sui giornali esiste. Personalmente detesto il giornalismo fatto a colpi di intercettazioni e di sbirciatine dal buco della serratura. Anche il nostro direttore ha scritto che ci vorrebbe una legge che proibisca la pubblicazione di tutte le carte, almeno fino al processo. Ma la legge non c’è, e in questo gioco perverso ci stiamo cadendo tutti. Va bene riflettere, dunque. Vanno bene anche le critiche. Ma le indignazioni e le censure solo per i politici amici, no. E le prediche dai sepolcri imbiancati, neppure.
Michele Brambilla