Ma quali riqualificazioni? Così distruggeranno l’Eur

Ebbe ragione Bruno Zevi, nel 1996, a titolare «Distruggere Roma» una mia pubblicazione sullo Sdo, che volevo titolare «La fine dello Sdo», edita per la sua collana di Architettura, sostenendo che la rinuncia a scelte urbanistiche coraggiose, come lo Sdo nel Prg del 1962, significava negare a Roma ruoli e immagine ispirati alla sua storia, capaci di confermarne comunque una capitale, anche a prescindere dal ruolo amministrativo di sede delle istituzioni della Repubblica. Il processo di distruzione prosegue ora attraverso un’infinità di episodi, più o meno rilevanti, che trovano nell’asse C.Colombo-Eur una concentrazione significativa, non solo perché riguarda il quartiere di rappresentanza della città contemporanea, ma perché neppure i contenuti, la predominante appartenenza pubblica e l'immagine monumentale hanno evitato le forme più violente e selvagge di una bassa speculazione che condiziona numerosi interventi di restyling assolutamente contraddittori con la qualificazione - e relativa destinazione del nuovo Prg - di «città storica». È sconcertante che gli innumerevoli interventi in corso o programmati non solo sono in variante a quest'ultimo ma, considerati nel loro insieme, contraddicono lo spirito stesso di quella salvaguardia complessiva che dovrebbe caratterizzare una «città storica». La somma degli interventi e la spregiudicatezza con la quale sono condotti manifestano un metodo che, nel tempo, porterà al completo travisamento dei valori e delle caratteristiche che hanno determinato funzioni e volto dell’Eur. Sarebbe lungo entrare qui nel merito dei vari interventi: essi sono stati sempre decisi con l’uso distorto e spregiudicato di singoli accordi di programma, per approvare non già progetti di interesse pubblico, come prevede la legge, ma varianti di Prg, peraltro ancor prima che esso sia approvato, nonchè gravi deroghe al Regolamento edilizio. L’amministratore delegato dell’Eur Spa ha recentemente affermato di fare dell’Eur una sorta di City, alla base della cui qualificazione pone il numero di «posti congressuali» disponibili. Questa valutazione poteva valere per nuove realizzazioni come lo Sdo. (...)
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