«La qualità per tutti si è rivelata una grande illusione»

N ulla sembra essere cambiato. Gli stand del Salone sono gremiti, il fuorisalone richiama dai quattro angoli del mondo la solita folla di operatori del settore, la zona Tortona è immersa in un clima da happy hour permanente. E la crisi? «La si può forse avvertire in Fiera, dove le grandi imprese sono un po' meno presenti. Ma per quanto riguarda la situazione generale del design, è come se non si avvertisse». Andrea Branzi, designer di lungo corso e curatore del Triennale Design Museum, sostiene da tempo che «il design non è strettamente legato a esigenze economiche immediate. Anche per questo, tra le varie proposte del Salone e del fuorisalone, è difficile trovare strategie progettuali che facciano fronte alla crisi». Di tutt'altro parere è Enzo Mari, figura storica del design italiano, ultimo esponente di quella generazione pionieristica di cui hanno fatto parte Sottsass, Castiglioni, Munari. «In modo forse sotterraneo, il design ha avvertito la crisi già da tempo e ha preso le sue contromisure. I designer hanno intuito l'assottigliarsi della classe media e hanno quindi puntato sui nuovi ricchi dei paesi emergenti, come la Russia e la Cina. Si spiega così il fatto che gli oggetti vengano sempre più spesso prodotti in piccole serie, che siano lussuosi, che si parli di loro in termini di "design artistico" e di "sculture che arredano", ma soprattutto che abbiano prezzi stratosferici. Questa situazione è agli antipodi di quella sognata dai designer degli esordi, che credevano nella "qualità per tutti“ e aspiravano a condizionare la vita quotidiana di vaste fasce di popolazione». Jacopo Foggini concorda con Mari. Per lui, progettista quarantenne che può già contare su una notorietà internazionale, il design è una dimensione a stretto contatto con l'arte contemporanea, anche in termini di produzione e di mercato. Presente in «Interni Design Energies», la mostra organizzata dal mensile Interni nei chiostri dell'università Statale, con «(Re)fuse», un anomalo tappeto realizzato con scarti di metacrilato, Foggini ammette la presenza di una crisi sommersa, di cui si intravedono i sintomi nella «tendenza al restyling», nell'attitudine a «rispolverare vecchi prodotti, a tirare fuori dalla soffitta prototipi dimenticati per far quadrare i conti». La crisi, in fondo, potrebbe risultare anche salutare: «Tra un anno o due potrebbe indurre a un ripensamento creativo un'intera generazione di designer». In attesa di questo momento catartico, si può tentare di formare giovanissimi progettisti che sappiano essere pragmatici ma, allo stesso tempo, non si stanchino di sperimentare. Con questo scopo l'Assessorato all'Artigianato della Regione Lombardia ha promosso «Decò», un progetto e una mostra in corso all'ultimo piano del Pirellone. Il prototipo più convincente tra quelli esposti è di Carlotta Manzeni: una rivisitazione tecnologica dell'abat jour, un esempio di design anticrisi in cui la qualità e l'innovazione si coniugano con la producibilità a costi contenuti.