Quando gli avvocati scesero in piazza «Arrestò un collega contro la legge»

Randazzo: «Nel 2004 ci fu una rivolta contro di lui: calpestò l’equilibrio tra accusa e difesa»

da Roma

Ettore Randazzo, presidente dell’Unione Camere Penali, ricorda bene quando scese a Potenza a dicembre 2004, un mese esatto dopo l’arresto dell’avvocato Piervito Bardi da parte del pm Henry John Woodcock. C’era l’intera giunta e il consiglio con i 128 presidenti di tutte le Camere penali, insieme ad un consigliere del Csm, Nino Marotta.
«Andammo a manifestare la nostra solidarietà - spiega Randazzo - ai colleghi in sciopero contro una serie di comportamenti vessatori da parte della Procura» .
Qual era il fatto così grave da far muovere tutto il vertice dei penalisti italiani?
«Veniva attaccato il sacrario inviolabile della segretezza del rapporto tra un avvocato e il suo assistito. Un principio costituzionale, alla base dell’equilibrio tra accusa e difesa, che troppo spesso non viene tutelato a dovere anche per una discutibile interpretazione delle norme. Se un cittadino, che spesso non sa neppure di essere indagato, parla con il suo difensore ha diritto alla riservatezza. Altrimenti, senza una giustificazione valida, si compie una violazione elementare dei diritti della persona».
Si riferisce alle intercettazioni dei colloqui tra penalisti e clienti e agli arresti seguiti, a cominciare da quello dell’allora presidente della Camera Penale di Potenza, Bardi?
«Certo, protestammo vivacemente contro un provvedimento così grave che puniva un avvocato per aver dato informazioni e consigli difensivi al suo assistito. E in quel caso, i mass media arrivarono prima del difensore. Che si trattava di un grave errore lo dimostrò l’immediata scarcerazione disposta dal tribunale del Riesame e la conferma della Cassazione».
Allora Woodcock era il titolare dell’inchiesta e Roberto Iannuzzi il gip, come nel caso di Vittorio Emanuele di Savoia. Qual è il suo giudizio?
«Posso dire che non ammiro i magistrati che finiscono frequentemente sulle prime pagine dei giornali e in tv, per il semplice fatto che tutta questa spettacolarizzazione finisce con il condizionare le loro inchieste. Mi sembra un circolo vizioso. I magistrati che enfatizzano così il loro operato cercano e ottengono il consenso popolare, un primo giudizio che spesso diventa inappellabile».
Parliamo più in generale delle intercettazioni telefoniche e delle fughe di notizie: che cosa propone?
«D’accordo per un intervento legislativo che disciplini meglio la materia, ma soprattutto bisogna far applicare le norme, sanzionando effettivamente chi passa le carte ai giornalisti. Troppo spesso mancano i guardiani: di fronte a tante notizie coperte dal segreto che non dovrebbero uscire dalle Procure, nessuno si preoccupa di verificare se c'è stato a monte un reato e commesso da chi».
Un’ultima domanda: vi preparate ad un nuovo sciopero per la riforma sull’ordinamento giudiziario?
«Per il 27, ed è solo il primo, esplorativo. Se il governo ricorrerà alla fiducia sul ddl che sospende gli effetti della riforma vuol dire che il ministro della Giustizia Mastella cerca di soddisfare le pretese sindacali dei magistrati, invece di preoccuparsi del funzionamento della giustizia. Abbiamo scioperato prima perché era stato fatto troppo poco, ora scioperiamo perché vogliono levarci anche quello».