«Quando Bassolino piazzava gli uomini del Pci»

Il leader Poletti è stato assessore provinciale, Stefanini consigliere comunale diessino

Come funzioni in pratica il legame tra Democratici di sinistra e cooperative rosse lo ha spiegato di recente un uomo di cultura vicino alla Quercia, Ricciotti Antinolfi. Docente di politica economica all’Università partenopea Federico II, ex assessore a Napoli con il sindaco comunista Maurizio Valenzi, Antinolfi ha scritto un coraggioso articolo sul Corriere del Mezzogiorno in cui racconta la propria esperienza. Il professore napoletano svela che i vertici delle coop venivano decisi in prima persona dai leader locali del partito (nel caso specifico, dall’allora segretario regionale del Pci Antonio Bassolino) e che negli anni della ricostruzione dell’Irpinia dopo il terremoto, le coop «si assicurarono la loro fetta di appalti fuori da ogni competizione rapportandosi direttamente al Pci nazionale e locale».
Lo studioso parla apertamente di «grave crisi» in cui è sprofondato oggi il mondo cooperativo, «resa evidente dalle vicende giudiziarie riguardanti le scalate all’Antonveneta, alla Bnl e alla Rcs. L’origine di tale crisi sta nella contraddizione tra la gestione delle imprese cooperative, inevitabilmente attratte dal profitto, e le loro organizzazioni sindacali, esautorate di ogni indirizzo politico sulla conduzione delle cooperative e divenute custodi di una tradizione senza seguaci, meri luoghi dove collocare funzionari di partito tagliati fuori dal gioco politico».
«Sono stato per quattro anni assessore nella giunta Valenzi - entra nel vivo Antinolfi -, dalla quale mi dimisi, una prima volta nel ’78 e poi definitivamente nel ’79, per la mancanza di una visione strategica e per il carattere assistenziale della politica comunale. Antonio Bassolino, allora segretario regionale del Pci, mi offrì (in perfetto collateralismo) la carica di presidente della Lega regionale delle cooperative, affidandomi la missione di promuovere una imprenditoria democratica nella regione». Una missione però, ammette lo stesso docente universitario, «resa impossibile proprio dal collateralismo e dalla menzionata contraddizione tra imprese cooperative, proiettate verso il profitto, e la Lega, promotrice di principi senza contenuti».
«Dopo il terremoto, le grandi cooperative emiliane e i loro consorzi, direttamente rapportandosi al Pci nazionale e locale, si assicurarono la loro fetta di appalti della ricostruzione (fuori da ogni competizione). Verso la Lega campana furono invece convogliate le cooperative degli ex detenuti, giunte per ultime sul fiorente mercato delle “liste di lotta” dei disoccupati, organizzati con la regìa dei partiti. Altro che imprenditoria, alla Lega si chiedeva di svolgere un ruolo di mediazione con le istituzioni, nell’ambito di una politica assistenziale».
«Prima di abbandonare - ricorda ancora Antinolfi -, chiesi sostegno ai dirigenti del partito che mi avevano voluto in quel posto di responsabilità. Invano cercai di spiegare loro l’assurdità di quelle politiche; dato il loro ruolo, non potevano capire il problema. Ancora oggi i dirigenti dei Ds non lo capiscono. Glielo impedisce un dato strutturale: i partiti, che perseguono fini generali, hanno bisogno di voti e di soldi per procurarseli. Il loro finanziamento, però, non solo deve essere trasparente, ma non può provenire da settori collaterali. Deve provenire da ogni angolo della società civile. Altrimenti, il partito cessa di perseguire fini generali e rimane in un orizzonte corporativo, istituendo un perverso rapporto con imprese e istituzioni. In fondo, è questo il vero limite dei Ds, la ragione per la quale un loro leader non può guidare la coalizione».