Quando le Br volevano uccidermi

Per poco non mi è costato la pelle, questo libro sul terrorismo. Nella primavera del 1980 un gruppo di killer rossi, la «Brigata 28 marzo», una specie di sottomarca milanese delle più famose Br, decise di uccidere tre giornalisti. Il primo dell’elenco era Marco Nozza, inviato de Il Giorno. Lui doveva morire per i suoi articoli sulla violenza armata, sempre schietti e coraggiosi. Lo cercarono senza trovarlo: stava a Torino per seguire un processo a Prima linea.
Allora passarono al secondo della lista, il sottoscritto. Lavoravo a La Repubblica e avevo pubblicato da poche settimane il libro che state per leggere. Mi trovarono a Milano, mi pedinarono e decisero il giorno e l’ora della mia morte. A salvarmi fu il caso: la sera precedente avevo preso l’ultimo aereo diretto a Roma per tornare in redazione. Implacabili, quei burocrati dell’assassinio decisero di eliminare il terzo: Walter Tobagi, inviato de Il Corriere della Sera e presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti. E stavolta ci riuscirono: uccisero Walter la mattina del 20 maggio 1980.
Quando scrissi questo libro, tutto doveva ancora accadere. E non potevo sapere nulla quando il volume uscì presso l’editore Laterza, nel marzo di quell’anno. Cominciai a sapere qualcosa nell’autunno 1980, dopo che i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa arrestarono il capo della «28 marzo». Il terrorista confessò, fece catturare i complici e spiegò perché aveva ucciso Tobagi, dopo aver tentato di ammazzare Nozza e me. Appresi così qual era una delle mie colpe: questo libro, per l’appunto.
Oggi i tempi sono molto cambiati. Per fortuna il terrorismo rosso e nero è stato sconfitto. Quello che non è ancora scomparso è il virus che sta alla base di tutte le violenze armate: il mito di qualche rivoluzione, l’intolleranza, l’aggressività nei confronti di chi non la pensa come certi gruppi violenti, la voglia prepotente di intimidire e di aggredire chi ha un’idea della vita e della politica diversa da quella che anima le tante piccole bande che si credono il sale della terra. Anche il terrorismo rosso, al quale è soprattutto dedicato questo libro, all’inizio sembrava poca cosa nelle mani di poche persone. Poi è diventato il mostro che ci ha perseguitato per quasi vent’anni \.
Quando tutto ebbe inizio, più o meno trenta anni fa, la borghesia moderata italiana rivelò ancora una volta la sua straordinaria capacità di riconoscere all’istante i propri nemici. Quelli che si firmavano «Brigate rosse» erano terroristi di sinistra, avevano come bersaglio la vita dei borghesi e come obiettivo la distruzione della loro sicurezza. Lo dimostravano le vittime dei primi colpi di pistola: dirigenti industriali, magistrati, giornalisti conservatori, politici democristiani e chi aveva il compito di difenderli, gli uomini dei corpi di polizia. A chi faceva osservare che il terrorismo rosso in realtà lavorava contro la sinistra e per una restaurazione autoritaria, i moderati davano una risposta pratica e chiara: forse poteva anche essere così, e a lungo andare sarebbe stata la sinistra a uscirne con le ossa rotte; ma per ora erano soltanto uomini della borghesia a cadere \ Dunque, «quelli» erano loro avversari, assassini che volevano prendersi un certo numero di vite, e andavano combattuti come tali.
A sinistra, invece, dinanzi a quei primi colpi di pistola molti non vollero vedere né sentire. \Soltanto alcuni ebbero l’onestà di ammettere subito che il terrorismo delle Brigate rosse e dei gruppi affini nasceva in casa, tra le file delle sinistre, e andava messo sul conto del Sessantotto, tra i frutti marci di quella straordinaria stagione di grandi slanci, di enormi sciocchezze e di terribili errori.
Quelli che sparavano, infatti, non venivano da una terra di nessuno né ci erano sconosciuti. Li avevamo incontrati nelle università occupate, nei cortei contro la repressione, negli «scazzi» durante le assemblee. Erano giovani leninisti o cattolici radicali o anarchici disperati, o niente di tutto questo e tutto questo assieme. Passati attraverso le allucinazioni ideologiche dell’era contestativa e convinti davvero che «lo Stato si abbatte e non si cambia», alla fine della grande festa si erano ritrovati vittime della frustrazione per quel Sessantotto passato invano, profughi di una politica senza pazienza e senza modestia, impegnati in una corsa cieca lungo la scorciatoia pericolosa del «mai più senza fucile».
Questi erano i terroristi che cominciammo a incontrare all’inizio degli anni Settanta. Ma fra le molte sinistre non si volle ammettere che erano facce note e alcune, un tempo, anche facce amiche. Circolò una tacita parola d’ordine: rifiutare il «problema terrorismo» come problema della sinistra e negare che un certo numero di compagni si fossero messi a sparare, a rubare, a sequestrare. Così gli opportunismi di partito, la paura di essere coinvolti in un discorso amaro, e un’invincibile tendenza ad autoingannarsi, strinsero alleanza e generarono un doppio errore. Il primo fu quello di non voler riconoscere l’identità politica delle bande clandestine e di classificarle come semplici gruppi criminali. Questo avvenne soprattutto con le bande marginali, prima fra tutte quella del «22 ottobre» di Genova, che non si fregiavano della leadership di laureati a Trento, bensì della guida più modesta di operai e sottoproletari. Quando l’origine politica delle bande non poté più essere smentita, si commise il secondo errore: quello di sfuggire alla verità con l’aiuto di figure che avevano, sì, a che fare con la politica, ma erano figure di comodo, immagini continuamente diverse, talora contrastanti, però sempre false. Fu l’epoca del camuffamento. Per non confessare che il terrorismo veniva dalle file della sinistra, si cominciò a parlare di «sedicenti» Brigate rosse, di fascisti travestiti, di provocatori organizzati dal padrone, di agenti dei servizi segreti addetti alla strategia della tensione, di mercenari al seguito di qualche complotto straniero.
Più tardi si ricorse a un camuffamento meno lontano dalla verità: i terroristi, in fondo, sono soltanto dei compagni che sbagliano. Quel «compagni» suggeriva molte cose e avrebbe dovuto condurre le sinistre a un esame accurato dei rispettivi album di famiglia, primo passo verso un giudizio politico netto su chi si era dato alla macchia. Ma l’immagine aveva anche un suono quasi affettuoso, vi si sentiva la voce di chi è disposto a comprendere e poi a giustificare e infine a perdonare \, Così «il compagno che sbaglia» non rappresentò soltanto un’altra figura di comodo: fu l’alibi per rimandare sempre la condanna politica e morale dei gruppi clandestini, e per non riconoscere che il terrorismo rosso era per le sinistre e per la democrazia un nemico ancora più pericoloso di quello nero.
Come non ricordare il tempo dell’ipocrisia, gli anni sino al ’74? Il mito dell’avanguardia armata andava ancora forte e sembrava in grado di attenuare la delusione per i tanti slogan scanditi invano. \ Quante volte, di fronte a una classe politica imbelle e spesso marcia, di fronte a un sistema di alternative bloccate che non offriva speranze a nessuno e tanto meno ai più giovani, quante volte non abbiamo pensato: «Meglio le Brigate rosse di chi froda il fisco, di chi ruba nelle casse statali, di chi specula sulla salute del prossimo»?
\ Le indagini della polizia erano pure azioni provocatorie contro l’opposizione di classe, la scoperta delle basi clandestine semplici messe in scena delle questure, i giudici impegnati nelle indagini sul terrorismo di sinistra ciechi persecutori delle avanguardie ai quali non si doveva credere, mai, a nessun costo. E quando venne sequestrato il procuratore Sossi, molti videro in quel rapimento la giusta lezione inflitta a un magistrato conservatore e una lunga beffa giocata allo Stato democristiano e dei padroni. Poi anche i terroristi rossi fecero i loro primi morti. Accadde a Padova nel ’74. Ma poiché era stato versato sangue missino, neppure quelle due vite spezzate bastarono.
Per spiegare un delitto che non rientrava nello schema del Robin Hood vendicatore però mai assassino, certuni inventarono per i loro lettori una macchinosa storia di faide interne al neofascismo che s’erano coperte con la sigla brigatista. Altri si rallegrarono, dal momento che i morti erano fascisti e quindi, secondo lo slogan, soltanto carogne, tornate finalmente nelle fogne.
Altri ancora continuarono a dire: «Sì, uccidono. Ma hanno delle idee e lottano per cambiare questa società». E così, alla ricerca di quali idee avesse il terrorismo, ogni volantino venne studiato come la bozza di un progetto politico elaborato da compagni che forse continuavano a sbagliare ma che era importante ascoltare. Per la stessa ragione, ogni fuga dal carcere sembrò un’evasione dai Piombi dello Stato Imperialista delle Multinazionali. Ogni generale dei carabinieri impegnato a dar la caccia a chi sparava fu definito un repressore del dissenso, un germanizzatore per conto del compromesso storico, un potenziale golpista. Ogni clandestino preso con le armi in pugno ispirò a pietosi cronisti racconti gonfi di rammarico. E in queste cronache, anche i killer assassini, anche gli addetti alla bassa macelleria del terrorismo, ebbero diritto al titolo di «militanti rivoluzionari» e persino a quello di «combattenti» (contro chi? contro le vittime dei loro omicidi?).
Ci vollero altri anni, e molti altri morti, e soprattutto l’assassinio di un operaio comunista e di un giudice amato dalle sinistre, perché quasi tutti aprissero gli occhi. Allora, sia pure in ritardo, si fecero alcune scoperte banali. La clandestinità non produceva politica, ma soltanto una disperata caricatura della politica. La guerriglia non creava consensi, ma unicamente volontà di reazione e misure di sicurezza a danno della libertà di tutti.
Il partito armato non aveva per la società italiana alcun progetto né riformatore né rivoluzionario perché si era sempre mosso lungo due ipotesi soltanto distruttive: trasformare la democrazia in un regime autoritario, in un nuovo fascismo, e, come fanno tutti i bravi cacciatori di teste, aggiungere assassinio ad assassinio. Oggi, finalmente, il terrorismo ci appare per quella cosa povera e feroce che è sempre stato. Brigate rosse, Prima linea e le più piccole bande sono un insieme di squadroni della morte che in quasi dieci anni hanno saputo costruire una cosa sola: la paura. L’Italia del dopoguerra aveva dimenticato quest’ombra nera, l’ombra di chi ti aspetta mentre vai al lavoro o rientri a casa, e ti uccide. Adesso gli squadroni della morte l’hanno rimessa accanto alla nostra vita. E ogni giorno vediamo ricominciare la paura. La paura di chi è stato colpito. La paura di chi teme di esserlo. La paura di chi, pur sentendosi fuori dal mirino di quelle pistole, osserva sgomento ciò che gli accade intorno; l’uomo ridotto a preda da terrorizzare e poi da abbattere \. In questo modo, la storia del terrorismo italiano è, in realtà, la storia delle vittime del terrorismo. Infatti, che cosa potranno mai raccontare nei loro diari di battaglia gli squadroni della morte? Non certo l’inizio della guerra proletaria, non la fine del capitalismo, e neppure la distruzione dello Stato. Avranno soltanto da annotare una serie interminabile di atti violenti contro l’uomo, mascherati da «campagne di guerriglia» o da «fronti di combattimento», avranno soltanto da elencare i nomi degli innocenti assassinati \ È la povertà delle opere del terrorismo, e assieme la loro ferocia, ad aver suggerito questo libro. Accanto alla vicenda di uno dei tanti dannati dal mito dell’insurrezione, le storie qui raccolte sono quasi tutte moderne storie di briganti narrate da un versante scelto di proposito: quello di coloro che hanno provato sulla propria vita a che cosa conduce la logica dell’annientamento e la tecnica della caccia all’uomo. Certo, ci sono anche altre vicende da ricostruire \. Ma oggi bussano alla nostra porta e chiedono di essere ascoltate queste voci, le voci di chi è stato spinto, inconsapevole, nell’inferno di una guerra dichiarata da una parte sola.