Quando bruciano le bandiere

Diego Pistacchi

Un uomo sulla quarantina prende una bandiera del Genoa, una di quelle bianche con la striscia orizzontale rossa e blu distribuite dall’associazione dei club, la infila in un cestino portarifiuti dell’Amiu. La usa come miccia, per appiccare un piccolo incendio. Sembra il gesto più banale di una notte di follia. È il simbolo di quella notte. Perché indica la scelta di distruggere il proprio amore, la propria bandiera, per cambiare obiettivo, per passare da una protesta sportiva al teppismo. Per dare ragione al questore di Genova, Salvatore Presenti, che ieri ha separato i tifosi rossoblù da quell’«infima teppaglia», quella minoranza che non esce di casa per una questione di fede calcistica e che ha scatenato gli scontri di lunedì sera. Chi alle prime ore di ieri mattina è tornato a casa con la sua sciarpa, con la sua bandiera, è rimasto genoano. E sui cinquemila scesi in piazza, quattromilaottocento e passa lo hanno fatto. Anzi hanno fatto di più. Hanno provato a prendere le distanze (...)
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