Quando il buio della sofferenza accende la luce del genio

La «Morte della Vergine», la «Decollazione» del Battista, il «Bacchino malato» riflettono al meglio la poetica del Merisi

Non si sa se ad affascinare di più sia l’arte o la vita di Caravaggio. Entrambe rivoluzionarie, una in funzione dell’altra. Come scrive recentemente Peter Robb, in una ricca biografia del pittore, le «stravaganze» della sua vita non furono accidentali, ma intrinseche al suo modo di dipingere. L’arte: una sferzata di realismo coraggioso, dopo un secolo di «maniera». Modelli vivi, presi dalla strada e dai vicoli, che si trasformano in santi e madonne. Grandi piedi sporchi in primo piano, madonne «senza decoro gonfie e con gambe scoperte» come dicevano le cronache del tempo a proposito della stupenda Morte della Vergine ora al Louvre, destinata alla cappella dei Cherubini nella chiesa di Santa Maria della Scala a Roma. Rifiutata dai committenti, fu subito comprata da Rubens per il duca di Mantova. Prostitute e feminielli inghirlandati protagonisti di eccezionali dipinti per collezionisti illuminati e licenziosi.
E tutto in tempi castigati, quando imperversavano le misure restrittive impartite da papa Clemente VIII nel 1592: proibiti duelli e armi, carnevale, gioco delle carte e dei dadi, prostituzione, omosessualità. Insomma, tutto il mondo di Caravaggio, quello che lui per la prima volta portava sulle tele con gli onori della «pittura di storia». Persino bachi e foglie, frutta e fiori appassiti trovavano le loro prime importanti ribalte, dai tempi della romanità, come nature morte: «tanta manifattura gli era a fare un buon quadro di fiori, come di figure» diceva Caravaggio, anticipando i secoli.
Tutto questo non poteva che creargli grane. Era un «diverso», un sovvertitore, un «uomo torbido e contenzioso», come lo definiva il biografo Giovan Pietro Bellori. Un individuo «putrido e fetido», come lo bollava nell’ottobre del 1608 il documento dell’espulsione dall’Ordine dei Cavalieri di Malta, dove il pittore era andato per riabilitarsi dopo l’omicidio di Tomassoni e ottenere il perdono del papa. E, invece, dopo i primi onori ecco un altro grave incidente. Cos’era successo? Mistero: forse una lite col Gran Maestro per motivi di rivalità omosessuale.
Tutta la breve vita di Caravaggio è costellata di sangue e galera, fughe disperate e ripari di fortuna, presso potenti protettori. Una vita misteriosa, dove a parlare sono lacune e silenzi più che frammentari documenti. Una vita che si scopre attraverso la straordinaria pittura, che mette a nudo il mondo reale di quel primo pestilenziale Seicento, con i suoi vizi e cadaveri. Caravaggio lo racconta in quella firma vergata con il sangue zampillante del Battista durante la sua Decollazione, dipinta nel 1608 per l’oratorio dei Cavalieri a La Valletta (Malta). Lo racconta nel Bacchino malato, dal volto viziato e malsano, che è il suo di ventenne inurbato a Roma, tra stenti e miseria: «estremamente bisognoso et ignudo ... senza recapito e senza denari», scrivono i biografi contemporanei. In quella testa mozza, gocciolante di sangue, i denti anneriti, gli occhi vacui e sofferenti, che penzola dalla mano di Davide nel capolavoro della Galleria Borghese: è la sua testa, di trentacinquenne martoriato e bastonato dalla vita. Lo racconta nei ragazzini romani dai riccioli neri, crudeli e indifferenti, con canestri di frutta, strumenti musicali, ali d’angelo, fiori in testa e nelle bellissime cortigiane amiche incontrate nei bordelli e nelle osterie, come Fillide Melandroni o Maddalena Antognetti.
Lo racconta con la sua pittura di luce, di stampo lombardo, di quella terra dove era nato il 29 settembre 1571 da una famiglia di piccola nobiltà. Il padre, Fermo, era il maggiordomo di fiducia del marchese di Caravaggio Francesco Sforza, la madre Lucia Aratori vantava parenti illustri. A tredici anni, il 6 aprile 1584, Michelangelo era entrato nella bottega milanese del bergamasco Simone Peterzano, dove si ferma sino al 1588. Nella capitale lombarda ammira Leonardo, le caraffe trasparenti dell’Ultima cena, i volti realistici, le caricature di Arcimboldo e di Lomazzo. Tra Milano, Venezia e la bassa padana avviene la prima educazione sul naturalismo lombardo. Un oscuro, probabile, fatto di sangue tra il 1588 e 1590 lo spinge a lasciare la città per Roma, dove arriva nell’estate del 1592, con un fratello prete e una raccomandazione a qualche potente.
Vita di stenti, da una bottega di pittura all’altra, squallide dimore, povere insalate per pranzo e amori infelici per giovani compagni di lavoro, come quel Mario Minniti, con cui convive cinque anni e che lo lascia per sposarsi. La sua pittura sconvolgente si fa strada, è ricercata e pagata da ricchi collezionisti, dal cardinale Monte ai Mattei, dai Giustiniani ai Borghese, dai Colonna ai Doria, che lo ospitano, proteggono, gli commissionano quadri. Niente da fare però, contro i mille nemici in quella torbida capitale secentesca. E Caravaggio ha un caratteraccio, dà botte, ferisce, uccide. E probabilmente viene ucciso su quella spiaggia assolata di Porto Ercole il 18 luglio 1610. Come Pasolini, chissà. Non lo sapremo mai.
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