Quando la burocrazia fa leggi del «cavolo»

Lo spessore del guscio della nocciola di Giffoni è un problema della Ue. In Italia sono definiti il colore della castagna di Cuneo e il peso delle arance del Gargano

Cristiano Gatti

Magari è fatica disumana stabilire per legge che il vino non va invecchiato buttandoci la segatura. Ma su cavoli e verzotti, l’Europa ha finalmente eretto una prodigiosa barriera difensiva. Dopo lungo e affascinante dibattito, il regolamento 634 del 2006 fissa nel modo più solenne i pincìpi ispiratori. Allora: per potersi fregiare del titolo di cavolo e di verzotto, d’ora in poi i soggetti dovranno essere «interi, freschi, non prefioriti, esenti da parassiti, puliti, privi di odori». Ma non basta. I padri della legge stabiliscono anche che «il torsolo debba essere tagliato leggermente al di sotto dell’intersezione delle prime foglie, purché queste rimangano ben attaccate». Superato questo esame, finalmente, il cavolo potrà fare il suo ingresso nelle case degli europei. I quali, anche se non sta scritto da nessuna parte, sono cordialmente pregati di non farsi domande del cavolo. Questa è la burocrazia, qualcosa deve pur fare. Fosse persino un regolamento del cavolo.
Purtroppo l’argomento non è nuovo. Purtroppo, non c’è verso di superarlo. Ciclicamente si ripresenta con grottesca puntualità, cocciuto e ineffabile come tutte le questioni umane che sanno di stupido zelo. A prima vista è una banale normativa di stampo ortofrutticolo, ma nel suo folklore semantico fornisce anche qualche risposta a certi nostri dubbi irrisolti: della serie, ecco perché la burocrazia ci costa tanto. Ed ecco perché, nonostante tutti i progetti di annientamento che le abbiamo imbastito contro, continua a godere di splendida salute.
Vogliamo parlare della nocciola di Giffoni? Una chiara presa di posizione europea non poteva farsi attendere ulteriormente. Abbiamo il regolamento 1257. Sulla nocciola di Giffoni non si scherza più. «Deve presentare una nucula subsferica di medie dimensioni, con calibri non inferiori ai 18 millimetri e un guscio di medio spessore (1,11-1,25 millimetri)». Quanto poi all’eterno dubbio che da generazioni agita il dibattito internazionale, finalmente c’è un punto fermo: la nocciola di Giffoni deve essere «di colore nocciola».
Poniamoci una semplice domanda: di fronte a una tale dimostrazione di efficienza della burocrazia europea, poteva forse la leggendaria burocrazia italiana restare ferma a guardare? C’è un buon nome da salvaguardare, ci sono tradizioni secolari da difendere. Scossi nell’orgoglio, i nostri apparati pubblici si sono subito schierati al tavolo di lavoro, partorendo alla fine una memorabile riscossa. Bruxelles chiama, Roma risponde.
Vai con la castagna di Cuneo. Come riporta il periodico Duemila, il ministero dell’Agricoltura proclama che «all’atto dell’immissione al consumo, la castagna in oggetto deve avere una colorazione esterna del pericarpo compresa tra il marrone chiaro e il marrone scuro». Già ci si sente tutti più tutelati: finalmente sappiamo di poter sdegnosamente rifiutare le castagne rosa e le castagne celesti. Ma non è finita. Il bieco fruttivendolo è avvertito: «L’ilo (?, ndr) deve essere più o meno ampio, mai debordante sulle fasce laterali». Questa stessa castagna, che chiaramente è in odio al mister, oltre a non debordare sulle fasce laterali deve presentare «un epicarpo di consistenza tendenzialmente croccante, con sfumature comprese tra il giallo e il marrone chiaro». E visto che la castagna di Cuneo ha l’abitudine di non viaggiare mai sola, ecco l’ultimo diktat: «La differenza di peso tra i dieci frutti più piccoli e i dieci più grossi di uno stesso imballaggio non deve superare gli ottanta grammi». Se sembra vagamente comica la norma, c’è qualcosa di ancora più comico: la scena del disgraziato contadino di Cuneo, che dopo aver raccolto quintali di castagne deve mettersi lì a selezionare le dieci più piccole e le dieci più grandi, pregando il suo Signore perché la differenza di peso non superi gli ottanta grammi.
Inutile specificare che si potrebbe continuare a lungo. Le arance del Gargano, tanto per chiuderla qui. La «Biondo comune» deve essere «di forma sferica o piriforme, con buccia coriacea, ma con grana alquanto fine». Tassativamente, «albedo (?, ndr) di consistenza soffice e asse carpellare (?, ndr) irregolare, medio, semipieno». Quanto invece alla «Duretta del Gargano», le viene imposto di «pesare almeno cento grammi e avere la base del peduncolo verde vivace».
Dissolvenza sul resto della normativa. Davanti alla vastità dello show burocratico, sarebbe abbastanza umano chiedersi chi mai - dopo aver eventualmente compreso le norme - vada in giro per mercati a farle rispettare. A controllare che ilo, albedo e asse carpellare siano degni di entrare nelle case dei consumatori, dove peraltro entrano in contemporanea, nel silenzio generale, tutti gli sgangherati campionari di provenienza orientale. Ma ripensandoci bene, c’è qualcosa di ancora più ridicolo del disgraziato contadino che raccoglie castagne a Cuneo. Noi, che ci ostiniamo a cercare una logica.