Quando il calcio era proletario

«Il mio nome è Nedo Ludi», di Pippo Russo: un difensore duro e puro scende in campo contro arroganti e ipocriti all’inizio degli anni Novanta

Di fronte agli sconcertanti avvenimenti che in questi giorni stanno mettendo in subbuglio il mondo del calcio è facile cadere vittima della nostalgia. Raccontarsi che prima era tutto più bello, più poetico, più pulito. Ma prima di cosa? Prima che i calciatori diventassero divi capricciosi; prima che si fidanzassero con le veline; prima che a loro e alle squadre arrivassero i miliardari diritti televisivi. Prima dell’agognata, osteggiata, cruenta «modernizzazione».
Il mio nome è Nedo Ludi (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 455, euro 17) di Pippo Russo racconta la vicenda di un calciatore vittima della rivoluzione che pose le basi del calcio «moderno» in Italia. Durante la stagione 1989-90, nel giro di poche settimane egli precipita dallo status di eroe a quello di appestato. A giugno salvava la sua squadra dalla retrocessione in serie B con un goal a coronamento di una cavalcata a tutto campo degna di Bobby Charlton, Nedved o Kakà, più che di un difensore come lui; ad agosto è vittima predestinata del nuovo allenatore.
Sotto i suoi occhi increduli, nell’anno fatale per il Muro di Berlino si avviava a cadere anche la concezione tradizionale del calcio inteso come lotta dell’uomo contro l’uomo, duello crudo ma leale tra avversari consapevoli del proprio ruolo, della propria identità in campo. «Stopper», «libero», «terzino», «mediano», «centravanti»: realtà e nomi da tempo desueti, spariti in fretta dai campi di gioco, dai commenti televisivi, dalle discussioni al bar. Sfumati nella leggenda insieme a riti di un tempo passato che non tornerà più. Come le formazioni recitate seguendo la progressione numerica delle maglie, da uno a undici, e snocciolate come i grani del rosario a gruppetti di tre, piccole trinità laiche del tifoso.
Nedo Ludi parla poco e quando lo fa parla ruvido, come tutto l’ambiente dei compagni di squadra, di giornalisti, dirigenti, tifosi, amanti «sanguinosamente stronze», campionissimi del calibro di Maradona capaci di impartirti una lezione di umiltà senza minimamente offenderti. La sua è una vera storia di calcio fatta di allenamenti quotidiani, partite infuocate, mischie omeriche, spogliatoi fumosi, pozzanghere beffarde; e anche di solitudini, silenzi, vuoti. Fa da sfondo la provincia toscana efficacemente raffigurata con i parchi, le piazze in rifacimento, le Case del Popolo. È l’epopea tragicomica del calcio proletario, un gioco vissuto come un lavoro dal figlio di un operaio comunista, fiero di svolgere anche il «lavoro sporco» di braccare il centravanti per sradicargli il pallone dai piedi con le buone o con le cattive, perché in campo come nella vita si è quello che si fa.
Il dramma di Nedo corre in parallelo con quello del padre, colpito a morte dalla decisione del Partito Comunista di cancellare una parte del proprio nome e con esso una parte dell’identità di milioni di persone come lui. Non si riprenderà più da quel colpo, né capirà nulla delle pene di suo figlio. Né della reazione di uno «sgangherato guerriero solitario» che si scopre trascinatore, reincarnazione del suo quasi omonimo Ned Ludd, il ribelle che in piena Rivoluzione industriale entrò nel mito organizzando la distruzione dei macchinari tessili, rei di rubare il lavoro ai poveracci come lui.
L’analogia di Russo è azzardata ma non priva di suggestione: i calciatori di oggi come gli ex contadini e gli ex pastori dell’Inghilterra del Sei-Settecento vessati dalla nascente industria e poi sostituiti dalle macchine; gli allenatori di oggi come i protocapitalisti di allora, padroni prima dei terreni e poi delle fabbriche; vittime gli uni, carnefici gli altri, all’interno di un disegno più grande: ieri il capitalismo agli albori, oggi un modulo di gioco astratto e impersonale che in nome dello spettacolo è disposto a sacrificare, paradossalmente, proprio l’elemento fantasioso e anarchico. E oggi come allora, il ribelle radicale, spirito conservatore contro un mondo che progredisce nella direzione sbagliata. La sua azione è condannata fin dal principio alla sconfitta e ciò la rende degna di essere definita eroica. Entusiasma Nedo che prende le redini della squadra; diverte la definizione del gioco a zona: «’sti bastardi ti levano la palla senza nemmeno togliertela dai piedi»; sorprende la «congiura degli stopper» con la surreale simulazione notturna di sabotaggio; appassiona la vicenda fino all’inevitabile caduta finale e all’inaspettato contro-finale che è giusto non svelare.
Unico grande neo, una tirata contro i Mondiali Italia ’90 e i suoi organizzatori, non del tutto aliena forse allo spirito di Ned Ludd, ma al corpo del romanzo sì. Con la generazione di Nedo si chiuse un’epoca del calcio italiano e se ne aprì un’altra più atletica, più tattica, forse meno poetica e sicuramente più esposta a rischio di frodi e di illeciti, ma - a nostro parere - non per questo priva di magia. Di questa attendiamo che vengano celebrati i nuovi eroi.