Quando il calcio non si faceva alla tv

Gian Maria Bavestrello

Era la sera del 28 agosto 1993. Fu allora, appena pochi giorni prima del centenario genoano e quindi di tutto il football italico, che il calcio incominciò a non essere più lo stesso. Chi ha più di venti primavere ricorderà la contemporaneità degli incontri, l'identico accadere dell'essere-calcio in un solo istante domenicale, segno di unità e compenetrazione dionisiaca del più importante movimento sportivo. Da San Siro al Macera di Rapallo.
28 agosto 1993, dicevamo. Monza, Stadio Brianteo: teatro poco nobile e ancor meno affollato. Di scena la compagine locale e il Padova, che vinse uno a zero. Una modesta partita di serie cadetta, che non sarebbe stata trascritta in nessun annale se non si fosse trattato del primo incontro del «kaly Yuga» in scarpette chiodate e pantaloncini corti: il primo anticipo satellitare nella storia del calcio italiano.
Qualche avvisaglia di cattiva salute, a dire il vero, si udì già con gli ultimi rintocchi del libero staccato, del terzino fluidificante, di quello marcatore e dello stopper, così innocenti e armoniosi nella loro plastica amoralità di cacciatori di stinchi.
Cedette poi il passo la numerazione progressiva. Dopo un centinaio d'anni di maglie enumerate dall'uno all'undici, si stabilì che al tifoso piaceva acquistare la divisa intestata al suo «mercenario» preferito. 68, 74 o 89 che fosse. Da lirica moderna, la distinta da consegnare all'arbitro decadde a schedina del superenalotto. Non a caso, la fine di questa consuetudine fu parallela al declino inesorabile della formazione tipo, del «dharma» domenicale, della preghiera da snocciolare a fini propiziatori con ambizioni neologiste:
bragliatorrentebrancoeraniocaricolasignoriniruotolobortolazziaguileraskuhravyonorati. Allorchè si verificava la defezione di una qualunque delle lettere di questa formula magica, non c'era ragione di spendere intere trasmissioni televisive per capire chi sarebbe sceso in campo fra gli elementi in rosa, tanto più che il «turn over» era ancora di là da venire. Giocava Ferroni II, al secolo Armando Ferroni. Portiere, difensore, centrocampista o attaccante. Prim'ancora, il Prof. Franco Scoglio - chi è giovanissimo verifichi sugli almanacchi - viaggiò due campionati con quattordici giocatori e mezzo, ricorrendo alle sostituzioni solo in caso di rottura dei legamenti crociati o frattura di entrambe le tibie. La «sentenza Bosman», dal canto suo, derubò il tifoso del piacere dato dallo straniero. Negli anni ottanta e nei primissimi anni novanta, il suo ingaggio era l'evento da godersi oniricamente insieme alla tintarella, giornale in mano. Era il culto moderno dell'eroe solare, l'avvento del grande guerriero proveniente da steppe, giungle e civiltà lontane che avrebbe schiacciato gli avversari come San Giorgio aveva fatto con il drago. Ma era anche il culto, all'opposto, del bidone e del suo inestetismo atletico, impresso non meno delle gesta trionfali sui fotogrammi della memoria storica e nell'aneddotica di un'apposita anti-mitologia. A Genova esistono più ricordi legati a Josè Perdomo - eufemisticamente detto il «Comò» (dotato di tecnica inferiore al cane di Vujadin Boskov, come costui ebbe a dire) - che a tanti giocatori che qualche attitudine al calcio la misero pure in mostra. Oggi eroi e bidoni passano a centinaia, anonimi e indistinti, come acqua sotto i ponti: il loro avvento nel campionato italiano nulla più è di una fredda parodia d'ispirazione eraclitea.
Alle coppe europee non è toccata miglior sorte. La Coppa delle Coppe, chissà in forza di quale perverso ragionamento, è stata abolita (e quindi la Sampdoria non la vincerà più). In Champions League giocano anche la seconda, la terza e la quarta classificata. Visto che dall'inglese si traduce Lega dei Campioni, permane irremovibile l'incognita di cosa costoro abbiano vinto. La Coppa Uefa è invece diventata molto simile, almeno fino agli ottavi di finale, alla vecchia e gloriosa Mitropa Cup, la competizione riservata alle neo-promosse dei campionati cadetti europei. Anch'essa - tra parentesi - rinchiusa anni or sono nel ripostiglio delle cose vecchie e inutili. Accademici, a questo punto, gli epitaffi di Novantesimo Minuto (che iniziò e finì con Paolo Valenti) o di Domenica Sprint, trapassate, insieme alle loro colonne sonore che ipnotizzavano il genere maschile trasportandolo nella dimensione più solipsistica dell'anima umana, per sopraggiunta bulimia da evento mediatico.
Qualcuno, in ultimo, è perfino riuscito a trasformare il tredici del totocalcio in quattordici. Ere che si susseguono, inflazioni che procedono rapide sulla strada della produzione industriale di assist, goal e moviole. E' però certo che questo calcio non saprà partorire personaggi come il Prof. Scoglio, Osvaldo Bagnoli, Vujadin Boskov, Carletto Mazzone - Klass Ingesson - ma anche Romeo Anconetani, Costantino Rozzi, Gianni Brera, Tonino Carino da Ascoli, Giorgio Bubba. O come Oronzo Canà, il Lino Banfi allenatore della tanto improbabile quanto intramontabile Longobarda, l'Atlantide del calcio di provincia, emblema della nobile vocazione «trash» di ciò che oggi è, tutt'al più, scadente avamposto di gossip.
Qualcuno - pensando a ragione che, da genoano, tenda per vizio consustanziale a rimpiangere anche il girone ligure-piemontese che precedette il campionato a girone unico - potrebbe consolarsi «gattopardescamente»: il pallone, pur divenuto ultra-leggero in seguito agli sforzi di ingegneri laureati ad Harvard che sbarcano il lunario studiando come rendere difficile la vita ai portieri, continua ininterrottamente a roteare su un prato verde (in attesa, però, che l'erba ceda il posto al sintetico) e ad essere calciato verso una porta alla quale sono state fissate delle reti da pesca. E che ciò basta e avanza per mandare in visibilio miliardi di persone, compreso il popolo del Ferraris. Ma il dubbio, purtroppo, non si frantuma: le tradizioni sono sfizi, orpelli, oggetti di sterile nostalgia come il pesto fatto nel mortaio, o non piuttosto l'abito su misura dell'essenza stessa del «football»? Quest'abito, fino all'imposizione dei lacci delle telecamere al puro fatto sportivo, poteva vantare cuciture perfette: a tutti sembrava ovvio, solo tre lustri fa, che la ragione sociale del calcio non fosse frazionabile in diritti televisivi, ma che si dilatasse olisticamente dalla A alla Promozione. L'autonomia dai media, ma anche dall'invadenza degli sponsor tecnici, dei procuratori, di un «business» senza costrutto, era il terreno su cui coltivare un immaginario e un «artigianato» di emozioni domestiche nel quale la materia, lo sport, obbediva al demiurgico desiderio di felicità se costui la forgiava rispettandone la chimica interna, gli usi e i costumi consolidatisi attraverso il vigore dei pregiudizi tradizionalisti.
28 agosto 1993, Monza - Padova: quella partita che sancì il matrimonio fra calcio e TV non s'aveva da fare (proprio come le attuali modifiche al tradizionale design della casacca rossoblu).Qualche «bravo» lo disse già allora. Non sempre i Don Rodrigo sono malvagi. Anzi.