Ma quando canta Adriano è rock

Livello musicale altissimo. Oltre alle star straniere arrivano anche gli italiani Nannini, Cocciante, Battiato e i Negramaro

Cesare G. Romana

Poi che dica quello che vuole, Adriano il predicatore: chi dissente e chi consente, e vabbè. Ma quando canta, come negare che lo rimpiangeremo, questo Celentano così refrattario alle tournée, e abituato a centellinare i suoi dischi con parsimonia sapiente. Eccolo dunque che apre la puntata d’addio del suo Rockpolitik cantando, che è poi il suo vero mestiere, d’amore e gelosia: con quella scabra verità che non ha bisogno di enfasi, in quel modo qualunque eppur forbito che gli appartiene, mescolando l’innocenza brada dei suoi esordi con la vibrante maturità di oggi. La voce sempre più bella, calda, umbratile nel raccontare l’amore come tensione assoluta e insieme - ma sì, citiamolo Carmelo Bene - come «assenza disiata».
E allora sì che lo rimpiangeremo, «questo» Celentano. Che è poi quello sempreverde di Una storia d’amore e di Mondo in mi settima ma è anche l’attualissimo sognatore di Ci sarà un motivo e di L’indiano. E che ieri sera ha ricordato le proprie, e nostre, radici con una smagliante Rock around the clock, erano gli anni Cinquanta di Elvis e Bill Haley, duettando poi in purissimo scat con Maurizio Crozza in versione Gipsy King. Il Celentano che alterna classici di sempre e pagine d’oggi con quella straordinaria capacità di essere ad un tempo antico e moderno, che è l’unico modo, per i grandi artisti, di non invecchiare mai. E con l’altrettanto rara capacità di mescolare tra loro i generi più diversi, senza che la diversità strida o si areni sulla deriva dell’eclettismo, così incombente nei comuni varietà musicali.
Sicché, dopo la prova emozionante, una settimana addietro, di Loredana Berté e di Patti Smith - con quel commovente omaggio a Pier Paolo Pasolini -, ecco il ruspante latin-rock di Carlos Santana, magari un tantino sacrificato dall’assenza di Steven Tyler, nel brano che, su disco, vedeva appunto la partecipazione del leader degli Aerosmith. E ancora il soul tecnologico degli Eurhytmics, con una Annie Lennox che per passione, finezza e sorvegliatissima teatralità si conferma ormai come una delle più grandi cantanti del nostro tempo. Ecco ancora, poi, una strepitosa Gianna Nannini e il giovane rock dei Negramaro. Ed ecco Adriano interagire con due mondi apparentemente estranei al suo stile: con la colta classicità di Franco Battiato e col sorgivo romanticismo di Riccardo Cocciante. Che sono due esempi opposti eppur concomitanti di come si possano ampliare le risorse del pop, e il suo lessico angusto, fino a farne linguaggio e occasione di musica assoluta: l’uno con la miscela di ironia, riflessione e misticismo che ci accompagnano fin dai tempi di La voce del padrone, il secondo con il suo senso «pucciniano» della melodia - confermato ieri da una bella canzone dedicata all’Italia - e col successo delle due opere pop tratte da Victor Hugo e Saint Exupéry, cui sta per aggiungersene una terza, ispirata alla vicenda shakespeariana di Giulietta e Romeo.
Tutti, poi, Celentano sopra tutti, hanno tratto ulteriore profitto dal contributo sonoro offerto da Celso Valli e dalla sua orchestra, forte tra l’altro di una sgargiante sezione fiati e giunta ieri a una dimensione di asciutta drammaticità.