Quando la Cecchignola era anche una palestra di vita

Il ricordo di un ingegnere padovano che nel 1971 fu allievo ufficiale nella cittadella militare E fu incaricato di progettarne i campi sportivi

Francesca Scapinelli

È la cittadella militare della Capitale: la Cecchignola, il presidio che si estende per chilometri lungo viale dell’Esercito, vicino all’Eur, e che dal dopoguerra ha formato migliaia di ufficiali di complemento provenienti da ogni parte d'Italia. Oggi che la leva è stata abolita e l’esercito professionalizzato, il perimetro della Cecchignola continua a racchiudere i centri per la formazione e l’addestramento di chi sceglie la carriera militare. Vi hanno infatti tuttora sede la Scuola trasporti e materiali (caserma Rossetti), il Comando scuola del Genio e comando delle trasmissioni, l’Ispettorato per la formazione e la specializzazione dell’Esercito (Caserma Arpaia), il Centro di Medicina legale (Caserma Miotto). A questi vanno aggiunti il Museo storico della Motorizzazione militare - l’unico del genere in Italia - e il Centro di addestramento ginnico-sportivo, ex «battaglione atleti dell’esercito». Un ricordo per nulla scolorito di come fosse la vita all’interno della Cecchignola tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta è quello offerto dall’ingegner Franco Salmaso Holzer, padovano, giornalista del Gazzettino, nel luglio 1971 iscritto al 64° corso Auc (Allievi ufficiali di complemento) del Genio e di lì a poco incaricato di progettare una parte degli impianti sportivi della città militare.
Ingegnere, come mai fu affidato proprio a lei il compito di progettare i campi?
«È una storia lunga. Per capirlo bisogna ricordare qual era, all’epoca, l’idea di addestramento delle reclute allievi ufficiali di complemento, ovvero di chi si candidava a diventare comandante. L’attitudine al comando era valutata innanzitutto in base a criteri di fermezza, irreprensibilità, compostezza. La guardia al Quirinale, ad esempio, implicava perfezione assoluta nella divisa e immobilità totale. Chi si azzardava a presentarsi senza il taglio scolpito dei capelli, senza un’impeccabile riga dei pantaloni o con le punte della cravatta non combacianti, veniva privato della libera uscita. Si urlava, e tanto. Non a caso il 64° fu il primo corso a elevare il soldato semplice direttamente a sottotenente, saltando il grado intermedio di sergente».
E i campi sportivi?
«Quando iniziai il corso mi ero appena laureato in Ingegneria civile ed edile a Padova con relatore Gino Levi Montalcini, fratello del Nobel. L’8 luglio presi servizio alla Cecchignola, e mi resi subito conto della durezza dell’ambiente: esercitazioni, contrappelli, alzabandiera, allarmi. E quanto più ci si sgolava nel comandare il plotone, tanto più si era apprezzati. Dopo due settimane circa, ci portarono sui campi di addestramento della Laurentina per far pratica con le bombe a mano. Come allievo più anziano, fui messo sull’attenti. Il capitano, allora, per dimostrare che l’unica possibilità per trasgredire l’ordine era il pericolo, mi lanciò una bomba da dietro le spalle. Rimasi immobile perché non potei accorgermi di nulla. Ci ferimmo entrambi ma non sollevai questioni, e me ne fu grato. Dopo qualche giorno il comandante della Scuola, colonnello Bernard, mi incaricò di realizzare un progetto per gli impianti sportivi che mancavano. Venni affiancato da un disegnatore, con cui per tre mesi lavorammo al progetto di cinque-sei campi. Attorno al campo di calcio, in cui giocava la nazionale militare, dovevano infatti sorgere i campi da pallavolo, pallacanestro, tennis, la piscina: in altre parole, le strutture per i Giochi militari».
Quali altri ricordi conserva della vita militare?
«Le cene con i commilitoni, durante i permessi di fine guardia: si aveva poco tempo e si andava a mangiare il pesce a ponte Marconi, a San Paolo, nelle trattorie vicine alla metropolitana come quelle di via Urbana, sempre in divisa. Poi ricordo l’autobus 223, che faceva capolinea all’interno della Cecchignola. Oltre il posto di blocco, all’ingresso, c’erano negozi come la storica sartoria Romano».
Cosa dire a un giovane che ignori la durezza del servizio militare di allora?
«Tre lettere: Auc. Questa sigla per me significava tre cose: avevamo una casa; abbiamo una caserma; avremo un congedo».