Quando in cella finirono i Vip della Storia

Tra le diverse chiavi di lettura per una storia del crimine a Genova e in Liguria vi è quella, certamente parziale ma sicuramente intrigante, relativa agli intrecci tra il mondo artistico e quello della cronaca nera.
È possibile, infatti, andando a spulciare tra gli archivi sia i fatti più recenti che quelli risalenti al Medioevo, ritrovare nomi di artisti che per qualche motivo hanno avuto, con maggiore o minore dispiacere, l'occasione di essere coinvolti in questioni di giustizia criminale. I rami dell'arte da cui provengono sono i più svariati: scrittori, musicisti, pittori, poeti e, per venire a tempi più vicini a noi, personaggi dello spettacolo e della televisione.
Il più antico esponente che vogliamo citare all'interno di questa schiera, sebbene fosse incarcerato per motivi bellici piuttosto che per un reato, è Marco Polo, che rimase prigioniero dei genovesi per diversi mesi dopo esser stato fatto prigioniero nella battaglia navale di Curzola in cui la flotta della Superba aveva inflitto una pesante sconfitta a quella della Serenissima (1298). La prigionia durò a lungo, in attesa che si perfezionassero le pratiche per il riscatto, e in quel lasso di tempo il veneziano, con l'aiuto del compagno di prigionia Rustichello di Pisa, scrisse in lingua d'oil «Le divisament dou monde» (La descrizione del mondo), che poi sarebbe divenuto universalmente noto come «Il Milione».
La prigionia di Marco Polo ebbe luogo nel Palazzo di San Giorgio, uno degli edifici che, come la Porta Soprana, la cosiddetta Casa del boia e le carceri di Sant'Andrea, furono destinati anche ad uso di detenzione nel corso della storia della Repubblica. Ma il carcere di maggior interesse è certamente la Torre Grimaldina di Palazzo Ducale. Durante il lungo periodo in cui fu in funzione ospitò la delinquenza comune nelle grandi sale che si trovano soprattutto nel Palazzetto Criminale ad essa collegato e ove oggi ha sede l'Archivio di Stato di Genova. Per gli ospiti «di riguardo», vi erano invece celle più piccole, dette «palesi» o «segrete» a seconda del fatto che i nomi degli occupanti potessero o meno essere resi noti. Ognuna di queste celle aveva un proprio nome, che in qualche modo richiamava le specificità del locale: «Canto», «Ospedale», «Gabbia», «Sicurezza» e via dicendo.
Di una di queste celle fu, tra l'altro, ospite il pirata maghrebino Dragut, fatto prigioniero da Andrea Doria. Una leggenda dice che Dragut fu l'unico prigioniero che riuscì ad evadere dalla Grimaldina. Altri raccontano che l'evasione fu solo simulata, in quanto Kair ed din Barbarossa, zio di Dragut, aveva pagato per lui un succulento riscatto, e che invece il solo vero evasore da questa Alcatraz genovese sarebbe stato, nel 1612, il nobile Domenico Della Chiesa. Altri parlano della fuga rocambolesca di un ufficiale francese, che, come nei migliori film di avventura, si sarebbe nascosto nel cambio della biancheria. Quest'ultima evasione, di cui non sarebbe stata conservata documentazione per questioni di... faccia, risalirebbe al 1625.
Malauguratamente non riuscì ad evadere dalla Torre il poeta ed umanista Jacopo Bonfadio, nato in un paese vicino a Brescia nei primi anni del '500, intellettuale amico del Bembo e di Annibal Caro. Dopo aver soggiornato a Roma, a Napoli ed in altre città dell'Italia settentrionale, nel 1545 divenne pubblico lettore ed annalista della Repubblica di Genova, della quale avrebbe dovuto scrivere la storia partendo dal 1541. Poiché, nel ricostruire gli eventi che doveva narrare, fu per lui giocoforza risalire agli anni precedenti, l'onesto scrittore ritenne di dover iniziare la trattazione a partire dal 1528, approfondendo quindi anche il periodo della riappacificazione di Genova da parte di Andrea Doria. Mal gliene incolse, in quanto probabilmente la sua rivisitazione della storia recente finì per inimicargli qualche famiglia potente. Accusato di aver sedotto un proprio studente, fu condannato per sodomia, che al tempo era equiparata all'eresia, e sottoposto ad una pena esemplare: il 19 luglio 1550, nel Palazzetto Criminale, venne decapitato e successivamente il suo corpo dato alle fiamme. Sia per la notorietà del personaggio che per la durezza della pena, il caso Bonfadio fu motivo di scandalo in tutta Italia, tanto che, per salvarsi dall'imbarazzo, le autorità fecero sparire l'intero incartamento con gli atti del processo.
Circa una settantina di anni dopo, furono presenti nella Torre, contro la loro volontà, anche diversi pittori: alcuni nati a Genova, altri recativisi per lavoro, tenuto conto dell'importanza assunta dalla piazza genovese nel corso del '500: il Siglo de Oro. La Grimaldina conserva ancora le tracce di dipinti sui propri muri, raffiguranti soprattutto navi o palazzi e solo in pochi casi animali o altri elementi pittorici naturalistici. Buona parte di questi furono realizzati da ospiti che non erano pittori professionisti, e che si arrangiavano come potevano anche per i materiali da utilizzare, ma alcuni sono evidentemente frutto di mano d'artista.
Uno di questi artisti fu probabilmente Sinibaldo Scorza, nato a Voltaggio nel 1589 da famiglia nobile. Avendo mostrato fin da piccolo la propria attitudine alla pittura, fu mandato dalla famiglia a far pratica nella bottega genovese di G.B. Paggi, dove fece il suo apprendistato a fianco di Domenico Fiasella, studiando ed ispirandosi ai lavori dei grandi del suo tempo, soprattutto fiamminghi, con una predilezione per Albrecht Duhrer. Nel 1619 divenne pittore alla corte sabauda di Carlo Emanuele I, dove rimase fino al 1625, anno in cui, essendo scoppiata la guerra tra i Savoia e la Repubblica, decise di tornare a Genova. Qui, tuttavia, venne accusato di spionaggio, arrestato ed incarcerato nella Torre, dove è ancora possibile vedere dei lavori a lui attribuiti, e poi condannato all'esilio, che trascorse per due anni a Roma. Due anni dopo, un decreto del Senato gli revocò l'esilio, consentendogli di tornare a Voltaggio. Morì a Genova nel 1631, a soli 42 anni, per un attacco di febbre acuta. Sue opere sono conservate a New York, Parigi, Edimburgo, Cracovia e, naturalmente, a Genova: all'Accademia Ligustica di Belle Arti, nella Galleria Durazzo Pallavicini, a Palazzo Reale, Palazzo Bianco e Palazzo Rosso.
Vale la pena di ricordare, per chi si stupisse del trattamento poco amichevole riservato al povero Scorza, che pochi anni dopo per lo stesso motivo (e con molti elementi di prova in più) venne decapitato un altro ospite della Grimaldina: quel Giulio Cesare Vacherio cui è stata dedicata la Colonna Infame che è posta alle spalle di Porta dei Vacca. Si è detto sopra che Sinibaldo Scorza studiò nella bottega del Paggi insieme a Domenico Fiasella; ebbene, proprio nello stesso periodo, intorno al 1626, anche il Fiasella finì alla Torre. Si trattò di un soggiorno breve, motivato dal ferimento di una persona: evidentemente una rissa come dovevano essercene tante, se si tien conto che altri due pittori di nome, Luciano Borzone e A.G. Ansaldo, vennero incarcerati per lo stesso motivo solo due anni dopo.
Come spesso accade, questi artisti non si esprimevano solo con la pittura: soprattutto il Borzone era anche musicista e scrittore di poesie e canzoni, tanto da essere anche in corrispondenza con un altro artista bohémien ante litteram del tempo, che ebbe anche lui le sue rogne con la giustizia: lo scrittore savonese Gabriello Chiabrera. Ma andiamo con ordine. Fiasella, detto il Sarzana per l'ovvio motivo che in quella città era nato il 12 agosto 1589, dopo i primi studi a Genova si trasferì a Roma dove divenne grande amico del toscano Orazio Gentileschi insieme al quale imparò ad apprezzare il Caravaggio. Le sue opere sono conservate soprattutto in diverse chiese di Genova e della Liguria, ma anche al Louvre ed al museo d'arte della Florida.
Borzone, nato a Genova nel 1590 e mortovi nel 1645, si ispirò soprattutto alla scuola pittorica lombarda (Procaccini). Lavorò soprattutto in Liguria e in Lombardia e le sue opere si trovano sparse nelle chiese delle due regioni. Come si diceva sopra, fu amico di Gabriello Chiabrera e, insieme, anche del noto pittore genovese Bernardo Castello, come risulta dall'epistolario nel quale, tra l'altro, i due pittori promettono allo scrittore savonese di affrescargli la casa, in previsione delle nozze.
Gabriello Chiabrera, espressione del barocco letterario classicheggiante e considerato di livello equivalente al più noto Marino, è uno dei più importanti scrittori espressi dalla nostra regione. Ha, tra l'altro, il merito di essere stato tra i primi a concepire quel particolare rapporto tra testo e musica che costituirà la base per lo sviluppo dell'opera lirica. Nacque a Savona il 18 giugno 1552 e quivi morì il 14 ottobre 1638. Compì i propri studi a Roma, presso un parente che aveva abbracciato la carriera sacerdotale. Da Roma però, raggiunta la maggiore età, dovette venir via, poiché «senza sua colpa fu oltraggiato da un gentiluomo romano, ed egli vendicossi», come egli stesso scrive, con sospetta sobrietà di informazioni. Successivamente, a Savona, nel 1584, essendo giunta in città la famosa attrice Isabella Andreini, con la propria compagnia, il nostro vivace autore la frequentò assiduamente, scrivendo anche dei lavori per lei. Nacquero però, a causa di questa frequentazione, dissidi con altri importanti cittadini savonesi: i fratelli Ottaviano e Luigi Multedo. Anche in questo caso Chiabrera ci dà una sommaria descrizione di quanto avvenne: «In patria incontrò, senza sua colpa, brighe, e rimase leggermente ferito sulla mano: fece le sue vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando, quietassi poi ogni nimistà, ed egli si godette lungo riposo». L'atto di pace, rogato a Mulazzano il 16 aprile 1585 ed accettato dai Multedo a Savona il 24 dello stesso mese, ci fa capire che anche in questo caso il poeta aveva dovuto allontanarsi in gran fretta riparando, questa volta, sotto l'ala protettrice dei Savoia. Su questi duelli si conclude l'incrocio tra la storia criminale e quella di Chiabrera, ma vale la pena di aggiungere ancora una piccola pennellata di storia confidenziale, per illustrare meglio le relazioni intercorrenti tra questi artisti di multiforme ingegno e di carattere pepato. Terminate le sue peripezie savonesi, Gabriello, anche per via dell'età che avanzava, divenne un tranquillo cittadino e, essendo di famiglia ricca, incominciò a preoccuparsi di avere un erede. Però in una lettera all'amico Bernardo Castello confessa di temere di aver subito qualche fattura e di non essere in grado di adempiere al debito coniugale, chiedendo consiglio per qualche fattucchiera che lo aiuti a risolvere il problema. Quale sia stata la risposta del pittore non lo sappiamo. Sappiamo invece che il nostro convolò a nozze con una ragazza di buona famiglia, che però avrebbe poi contribuito non poco a rovinargli la vita. Ma questa è un'altra storia.
* consulente Centro Studi Criminalistica
(1 - continua)