Quando Chiesa gettò i soldi nel water

Amarcord Tangentopoli. Difficile, di fronte all’arresto di Milko Pennisi, resistere alla tentazione di vedere nelle manette che scattano ieri sera il remake in 3D di un film che abbiano già visto all’epoca del bianco e nero. Perché neanche a farlo apposta, neanche a scriverne la sceneggiatura a tavolino, l’arresto di Pennisi avrebbe potuto avere più analogie con lo schioccare di manette che diede il via a Mani Pulite: l’arresto di Mario Chiesa da parte del capitano dei carabinieri Roberto Zuliani, nel primo pomeriggio del 17 febbraio 1992. Tra un po’ saranno passati diciott’anni. Sarebbe sbagliato dire che non è mai cambiato niente. Ma se oggi si gira il remake di quell’arresto è inevitabile dire che, dopo essere stato per un bel pezzo tenuto sotto controllo, sta tornando a imperversare quello che era il tratto distintivo di quegli anni: il senso di impunità, la certezza di non essere investigabili né arrestabili, la perdita della percezione stessa di commettere reati.
Come Mario Chiesa, anche Pennisi sta ai vertici di una istituzione storica della beneficenza milanese, una icona della generosità meneghina: le Stelline, il collegio per orfanelle di cui Pennisi guida il centro congressi. Come Chiesa è un inguaribile tombeur de femmes. Come Chiesa, viene messo nei guai da un imprenditore che, invece di subire il taglieggiamento, sceglie di collaborare con le indagini, e di portarsi a rimorchio gli investigatori: allora fu Luca Magni, piccolo imprenditore del ramo pulizie, oggi si sa solo che è un costruttore. Infine, come Chiesa anche Pennisi viene catturato con la pistola fumante ancora in mano, ovvero con la tangente appena incassata. Una di quelle situazioni in cui anche agli amici più volonterosi diventa difficile prendere le difese dell’indagato. Anche perchè Pennisi non riesce nemmeno a tentare il numero funambolico attribuito - anche se mai chiaramente accertato - a Chiesa, che una volta capito il patatrac avrebbe scaraventato nel water una parte delle tangenti.
É probabile, però, che le analogie si fermino qua, e che abbia ragione Riccardo De Corato quando ieri sera ricorda che «Tangentopoli era un altra cosa». Nel senso che è tutt’altro che scontato che l’arresto di Pennisi si trasformi, strada facendo, in una valanga fuori controllo come quella che nel 1992 travolse la Prima Repubblica. La vulgata dell’operazione Mani Pulite sostiene che a trasformare un singolo caso in un’apocalisse fu la mossa brusca e un po’ inconsulta di Bettino Craxi, che dando a Chiesa del mariuolo lo indusse a vuotare il sacco. Niente di più falso. Quando Chiesa cominciò a confessare, non fece altro che ribadire ai pm del pool storie che in larga parte conoscevano già, perchè a raccontarle erano stati gli imprenditori che in silenzio, nei giorni precedenti e successivi all’arresto, avevano iniziato a spifferare tutto a Di Pietro: primo fra tutti quel Fabrizio Garampelli che del lato oscuro della politica milanese era navigatore esperto. Dopo Garampelli ne arrivarono altri, in processione, e il «caso Chiesa» divenne in fretta l’operazione Mani Pulite. Perché qualcosa del genere si ripeta, servirebbero però due condizioni di cui, allo stato, è lecito dubitare: che ci sia qualcosa di altrettanto grave da raccontare, e che gli uomini dell’imprenditoria abbiano voglia di metterlo a verbale.