Quando il Ciarra disse: «Non ci saranno strascischi»

di Carlo Maria Lomartire

«Impossibile, ci sono le firme e soprattutto c’è la parola di due gentiluomini». Proprio così, parlando di parola data e di gentiluomini, mi rispose Giuseppe Ciarrapico, annunciando, di fatto, la conclusione della «Guerra di Segrate». «Dottor Ciarrapico, accordo raggiunto, dunque?». «Si, finalmente, dopo due mesi di trattative che avrebbero ammazzato un toro». «Lei pensa che ci saranno altri strascichi, altri ricorsi, altre richieste?» «Assolutamente no. Non vedo come. L’accordo è stato firmato dalle due parti, da Carlo De Benedetti e da Silvio Berlusconi. Non c’è più spazio per colpi di scena, e soprattutto c’è la parola di due gentiluomini».
Così parlò Ciarrapico. E io fui il primo a intervistalo sulla conclusione di quella estenuante mediazione, verso l’una del mattino, per l’ultima edizione del Tg2. Il telegiornale che era già in onda e anzi ormai stava per chiudere, verso l’una del mattino di quella notte di aprile del 1991 al Palace Hotel di Milano. Un aprile già caldissimo benché, a quei tempi, nessuno parlasse ancora di riscaldamento globale. Sarebbe semplicemente ridicolo dare dell’ingenuo a Giuseppe Ciarrapico, espertissimo navigatore nei marosi e tra gli scogli della politica romana, considerato molto vicino a Giulio Andreotti, chiamato dal suo amico, il principe Carlo Caracciolo, socio di De Benedetti, a trovare finalmente una soluzione di compromesso, dopo la sentenza sul lodo Mondadori, per chiudere uno scontro che si trascinava da anni. No, non è mai stato un ingenuo, Ciarrapico, ma quella notte era certamente in buona fede.
Allora ero alla Rai e in quei mesi seguivo da Milano per i Tg le due grandi vicende finanziarie in corso, che stavano segnando l’inizio della fine della Prima Repubblica, anche se nessuno lo immaginava: il caso Enimont e quella che tutti chiamavano «la guerra di Segrate», lo scontro De Benedetti-Berlusconi per il controllo della Mondadori. Nel pomeriggio mi ero installato, con molti altri colleghi di tutte le testate, nella hall del Palace, dove era in corso la trattativa, perché se ne prevedeva la conclusione. Dopo la mezzanotte tutti gli altri avevano mollato, ero rimasto solo io. In realtà sapevo, per certo, che avrebbero chiuso in nottata. Caracciolo non partecipò a quell’ultimo round perché - ma lo capii dopo - aveva già messo in salvo la sua roba. Infatti La Repubblica e il gruppo Finegil (quotidiani locali) sarebbero rimasti a lui e all’Ingegnere. Il principe lo sapeva, ma comunque anche lui restò doverosamente lì ad aspettare la chiusura della vicenda: sonnecchiava in maniche di camicia e cravatta allentata, disteso su un divano della hall. Per fortuna il fornitissimo bar era stato molto cortesemente messo a nostra disposizione dal direttore dell’albergo e il caffè ci fu di grande aiuto. Finalmente, verso l'una, l’ultimo telegiornale Rai, il Tg2, stava per concludersi quando improvvisamente, da una direzione non prevista, comparve Ciarrapico, accaldato, stropicciato ed evidentemente esausto, seguito da Fedele Confalonieri.
Avevo a disposizione uno dei primi cellulari in circolazione e in dotazione ai giornalisti della Rai, il mitico e indistruttibile Nec, detto anche «mattonella». Mentre con quel primitivo telefonino avvertivo la redazione che forse avrei fatto in tempo a intervistare Ciarrapico, gli operatori riposizionavano velocemente le macchine e io saltavo al collo della mia preda. Fui il primo a dare, con la voce di Ciarrapico, la notizia dell’accordo, quasi sulla sigla di chiusura: la Mondadori era di Silvio Berlusconi. Il direttore del Tg2, Alberto La Volpe, uno straordinario e compianto signore, mi chiamò immediatamente per complimentarsi.
Dopo Ciarrapico abbordai anche Confalonieri e Caracciolo, che intanto si era svegliato, con la stessa domanda: «Vicenda chiusa, dunque? Ci saranno ripensamenti, contraccolpi, ritorni di fiamma?». «Assolutamente no - mi risposero -, è impossibile, ci sono le firme e, soprattutto la parola di due grandi imprenditori, due persone serie». Anche loro non erano certo due ingenui, eppure anche loro si sbagliavano.