Quando il cinema passeggia tra siepi fiorite

Ognuno possiede il suo «posto delle fragole», parafrasando il titolo di uno dei più celebri capolavori di Ingmar Bergman, cioè quel ricettacolo segreto di memorie e di speranze nel quale trovare rifugio dalle miserie della vita e dall’insensatezza dello scorrere del tempo. E quel luogo è un giardino, un Eden nascosto dell’anima, che talvolta possiamo scoprire anche nei luoghi più impensati, persino nei caotici meandri di una grande metropoli. Ci sono degli spazi del ricordo che continuano ad agire nella nostra esistenza con la potenza delle immagini che essi custodiscono. Le arti hanno in questo senso un privilegio, in quanto richiamano alla nostra vista interiore quei paesaggi quasi incantati che costituiscono la vita passata del nostro spirito, ma che sembrano anche tratteggiare i contorni delle nostre attese e aspirazioni.
Proprio il grande cinema, fra le arti, possiede questa forza magica a un livello quasi privilegiato. E ciò accade quando immagini, personaggi e vicende vivono all’interno di una cornice complessiva, di una prospettiva generale dall’alto significato simbolico. Talvolta, è forse ne è la raffigurazione più incantevole, questo ruolo è affidato al paesaggio, in particolare al paesaggio naturale o meglio al giardino. Il giardino, da sempre luogo privilegiato della memoria e della bellezza, racconta la storia stessa dell’uomo, la sua creatività. Il cinema ne esalta con la sua tecnica e con il suo linguaggio il valore mitico-simbolico, il carattere eminentemente enigmatico: il giardino costringe a sua volta il cinema a cambiare il suo linguaggio, che si avvicina così a quello della poesia.
Proprio il legame fra cinema e giardino costituisce il leitmotiv di un libro appena pubblicato di Laura Falqui e Raffaele Milani, dal titolo L’atelier naturale. Cinema e giardini (Cadmo, Fiesole). Con lo sguardo attento e critico di una storica del teatro e del cinema e di un filosofo dell’arte, il volume esalta il connubio fra uomo e natura così come è colto dalla cinepresa e, tentando una sistematizzazione dei film che hanno avuto proprio il giardino come ospite e protagonista «segreto».
Da Kubrick a Hitchcock, da Fassbinder a Burton, da Soldati a Comencini, è un viaggio esaltante attraverso i capolavori che hanno fatto la storia del cinema. Se il giardino, nel momento in cui viene colto dalla cinepresa, appare sempre come testimone di eventi e di presenze umane, ecco allora che il giardino assume un carattere metaforico, fluido, irriducibile. E questo è la riflessione «filosofica» sul senso del paesaggio che ce lo svela: «Lo spazio-giardino - dicono gli autori - può valere per ciò che è, ma anche per ciò che vorremmo che fosse, fra artificio e illusione. Dai rifugi d’amore alle ombre del delitto, dal labirinto ai sentieri del sogno, sempre una natura cintata nasconde la nostalgia del Paradiso». È la nostalgia nella quale continua a vivere il sogno della vita.