Quando la «comunità montana» è all’altezza del livello del mare

Si fa presto a dire «montane». A mettere sotto la lente d’ingrandimento le ventidue comunità del Lazio, nate con lo scopo di valorizzare il territorio montuoso, a suon di vagonate di denaro, si scoprono delle stranezze, per così dire, «geniali». Se non ci fosse da piangere, visti i costi a carico della collettività, verrebbe quasi da ridere. Come nel caso del comune di Terracina che con i suoi 22 metri sul livello del mare, di montuoso ha ben poco.
Ma nonostante l’evidenza, la cittadina a due passi dal Circeo è stata inserita tra i 6 comuni facenti parte della XXII Comunità montana. Che ospita, tanto per non farsi mancare nulla, anche i territori di Fondi (8 metri s.l.m.) e Sperlonga (55 metri s.l.m.). Monte San Biagio, a dispetto del nome, con i suoi 133 metri non è certo un gigante mentre gli unici a salvarsi, seppur di un soffio, sono Lenola (425 m.) e Campo di Mele che dall’alto dei suoi 647 m. guarda tutti da una posizione più che privilegiata. Ma la dissonanza tra il termine «montano» e l’altitudine dei comuni non si limita alla ventiduesima comunità ma, come un virus, «infetta» più o meno tutte le altre realtà. Basta dare un’occhiatina, per esempio, alla XI Comunità «Castelli Romani e Prenestini» (12 comuni e 97 mila abitanti) che include Grottaferrata e Frascati che con i loro 320 metri di altitudine non sono propriamente delle vette dolomitiche. E che dire di San Cesareo, comune che si affaccia sulla Roma-Napoli, che è alto appena 312 metri? Persino in una delle comunità più virtuose - la X «Aniene» - troviamo territori come quello di Olevano Romano, alti appena 71 metri s.l.m.
Se qualcuno tra i lettori volesse andare a spulciare, per sua curiosità, la XVII Comunità «Monti Aurunci», ne scoprirebbe delle belle. Per esempio, che i territori di Formia e Gaeta, note località marine, dall’altitudine inequivocabile - rispettivamente 19 e 2 metri - rientrano come per miracolo tra le zone montane. Le vette che superano i mille metri, considerando le 22comunità, si contano sulle dita di una mano: Cervara di Roma, Filettino, in provincia di Frosinone e pochissime altre. Eppure, a rigor di logica, dovrebbero essere molto più i comuni che si adagiano tra i monti piuttosto che quelli collinari o addirittura marini. Evidentemente, quando si tratta di incassare quattrini, nessuno osa tirarsi indietro. Sebbene la cinghia si avvia a stringersi anche per le comunità montane - la Giunta regionale ha stabilito che per ogni comunità il contributo regionale non può superare i 150 mila euro e in più è stata approvata una legge che riduce le spese correnti - di soldi ne circolano ancora in quantità sufficiente, visto che per l'esercizio finanziario 2008 sono stati stanziati per i progetti speciali per lo sviluppo socio-economico della montagna laziale circa 2 milioni di euro. Ma, almeno in passato, non tutto il denaro è stato speso. Con riferimento al quinquennio 2001-2005 resterebbero tuttora inutilizzati oltre 3 milioni di euro. L’amministrazione regionale, dal canto suo, ha promesso di interrompere i finanziamenti a pioggia, una prassi difficile da estirpare. «D’ora in poi - affermano dall’Assessorato agli Affari Istituzionali - solo le comunità che presenteranno progetti idonei riceveranno i contributi regionali, con particolare attenzione agli interventi per il riassetto idrogeologico e per la sistemazione idraulico-forestale e a quelli volti a disincentivare lo spopolamento del territorio». Ci auguriamo che alle parole seguano i fatti.