Quando Concita si sdilinquiva per Barack Obama

Stimato Dott. Granzotto, nell’ultima settimana la combattiva, «pasionaria», dura e pura Concita De Gregorio, stracolma di odio e livore ma deboluccia in codici, ammiratrice della guerrigliera bulgaro-brasiliana Dilma Rousseff, conduce i suoi comizi accusatori contro l’immorale Berlusconi che, a suo dire, fornica tutte le notti con minorenni, invocando un moralismo ipocrita. Essa legge invece, con voce vellutata e melodiosa, ampi stralci degli articoli dei suoi amici e correligionari D’Avanzo, Giannini, Maltese le cui esternazioni, frutto di colte, profonde considerazioni democratiche, sono meritevoli di meditazione e condivisione da parte della platea Pci di Prima Pagina. Credo che l’essere stata osannata da una devota ascoltatrice quale «faro nelle tenebre» (nelle quali io e forse lei, non illuminati dal sole dell’avvenire, siamo immersi), l’abbia resa felice. Salvo errore, al tempo delle precedenti elezioni americane, l’amabile Concita attribuiva doti messianiche a Obama, ricordato oggi senza altri fronzoli laudatori. È possibile ricorrere al suo invidiabile Calepino per rileggere quelle odi pindariche?
Bogliasco (Genova)

Faro nelle tenebre! Questa sì che è bella, caro Lauro. La vispa Concita De Gregorio un faro che getta luce nell’oscurantismo nel quale si trova immerso, però solo dopo la caduta del muro di Berlino, prima no, il genere umano. Se questo è il metro di giudizio del popolo «sinceramente democratico», stiamo freschi. Capisco che uno rifiuti, come suo faro, Bersani o la Bindi e magari anche D’Alema e Veltroni. Però, ridursi a farsi illuminare da Concita mi pare proprio la scelta di chi è alla canna del gas. Allora tanto vale buttarsi su Italo Bocchino. Ma lasciamo perdere, caro Lauro, e veniamo al nostro povero Obama. Sì, per Obama la direttrice dell’Unità perdette la trebisonda dando i numeri, e che numeri. Materiale giornalistico così appetitoso - diciamolo pure: illuminante - che non volendo andasse disperso ne trascrissi - lei ha visto giusto - ampi florilegi nel Calepino, da dove traggo un paio di chicche che danno la misura della freddezza e equilibrio di giudizio del «faro nelle tenebre». In occasione del discorso di investimento: «Come il gospel di Aretha Franklin. Il discorso di Obama è sembrato una specie di preghiera, quasi un poema, un poco una poesia. (...) In crescendo, come il canto della signora nera del soul che ha cantato per festeggiarlo e per accoglierlo: Obama ha recitato una litania religiosa e laica insieme che in venti minuti ha fatto piazza pulita della retorica vuota e reazionaria del bushismo e ha riportato sulla scena le parole antiche della modernità». Mica male, eh? Ancora: «Gentilezza, generosità, coraggio, desiderio. Che parole. Sono queste dunque le parole della politica, nel nuovo mondo?». Ebbene sì, si risponde il faro nelle tenebre mentre un frisson le corre lungo la schiena, ebbene sì, sono queste, tanto che se «il mondo è cambiato, dobbiamo cambiare con lui. La nostra striscia rossa in prima oggi è diventata grande come tutta la pagina, ha ceduto il posto all’immagine e a queste parole: cambiamo con lui». Poi c’è quello stupendo richiamo alla Casa Bianca, così detta «in omaggio ormai solo all’intonaco» (Casa Negra o Nera, avrebbe dovuto chiamarsi, secondo Concita, per via della pigmentazione del suo inquilino). E quell’imperioso: «Si può fare, davvero. Si può il primo giorno chiudere Guantanamo»? E quel fatto che Obama non è un semplice presidente degli Stati Uniti ma lo è del mondo intero? Altro che faro, Concita De Gregorio: un farone. Mi piacerebbe ricordarle, caro Lauro, anche gli sdilinquimenti, comparsi sull’Unità, di Furio Colombo che prefigurava, con l’ingresso di Obama alla Casa Bianca/Nera il sorgere di quel sol dell’avvenir da un secolo e passa atteso dalle masse popolari. Peccato, però, che manchi lo spazio per farci queste altre quattro sane risate. Sarà per un’altra volta.