Quando un controllo diventa «atto criminale»

Caro Granzotto, grazie a Berlusconi lo Stato comincia a farsi sentire e a risolvere alcuni problemi. Molto è cambiato anche sotto il profilo della sicurezza. Non credo che siamo ancora a quella tolleranza zero del sindaco Rudy Giuliani, ma è già molto. Mi conforta che l’opposizione non metta i bastoni fra le ruote, ma forse perché il senso di insicurezza è sentito a destra come a sinistra. Crede che riusciremo a vivere senza la paura di furti e aggressioni? Questo governo ce la può fare?


È proprio vero che l’appetito vien mangiando, caro Galante: siamo appena all’antipasto e lei già vorrebbe gustarsi il dolce. Però stia tranquillo: questo governo ce la può fare, ovviamente nei limiti del possibile. La criminalità la si può contenere, la si può prevenire, perseguire e punire, ma in quanto debellarla, è un altro paio di maniche. Ci riescono, e nemmeno fino in fondo, i regimi autoritari, ci riuscì l’Unione Sovietica di Stalin, forse la Germania di Hitler, certamente la Cina di Mao per non parlare della Cambogia di Pol Pot. Bisogna poi tener conto che se a una parte certo minoritaria ma assai rumorosa del Paese gli tocchi un manigoldo, un clandestino o altro che si collochi ai margini della società, si mette a strillare come un’aquila. Basta la presenza di un paio di agenti in servizio di ronda e subito denunciano lo stato d’assedio, il regime poliziesco. Senta qui: con grande sollievo dei cittadini, a Torino (come sicuramente in altre città. Mi riferisco al capoluogo piemontese per quel che segue) sono stati istituiti i «Servizi mirati». Si tratta di pattuglie della polizia municipale che, fra l’altro, procedono «al presidio e al controllo» dei mezzi di trasporto pubblici. I quali, com’è stranoto, possono diventare teatro di atti teppistici e vandalici quando non di aggressioni. Bene, siamo ancora alle prime uscite del «Servizi mirati» e la Stampa, il quotidiano locale, già spara due pagine - due intere pagine - per segnalare come fatto increscioso, l’episodio di «un immigrato tartassato da sette vigili sull’autobus».
Riporto alcuni passi del servizio firmato da Maria Teresa Martinengo: «Capita che 7 vigili urbani con atteggiamento aggressivo si mettano ad esigere da persone visibilmente non italiane il permesso di soggiorno». «Salgono e gelano con lo sguardo i passeggeri, in particolare quelli individuabili come immigrati». Fra i passeggeri c’è la romena Victoria Nechifor, immersa in una atmosfera di brivido. Ma il peggio doveva ancora venire. L’agente si rivolge all’immigrato e lo apostrofa così: «Ma guarda, te l’hanno dato oggi il documento, eh. Custodiscilo bene!». Questo è tutto. Questi gli esatti termini dell’episodio increscioso. Va aggiunto che Victoria Nechifor, responsabile del sito in romeno del Comune di Torino, ha così commentato l’accaduto: «È successo qualcosa che mi ha messo addosso una grande angoscia e rabbia (...) non tollerabili sono quegli sguardi, quei toni (...) veder invadere l’autobus in quel modo non può essere tranquillizzante (...) quel ragazzo marocchino è stato trattato come un criminale». Trattato come un criminale. E nessuno, alla Stampa, che sbottasse in un: «Esagerumanein», non esageriamo! No, va bene così. Va bene l’atteggiamento aggressivo degli agenti, gli sguardi che gelano, il marocchino tartassato, l’atmosfera da brivido e la dovuta, la legittima grande rabbia. Tutto ciò per una semplice, normale, consuetudinaria richiesta di esibire i documenti, ovvero una procedura da tolleranza cento.