Quando il crimine è parente stretto della follia

Stefano Zurlo

da Milano

Oggi la linea di separazione può essere attraversata anche all’indietro. Ma c’è stato un tempo in cui non era così: la follia criminale veniva inghiottita dietro le spesse mura dei manicomi criminali, nati nell’Italia della seconda metà dell’Ottocento. E lì spesso i protagonisti di delitti orrendi e incomprensibili chiudevano le loro tormentate esistenze. La società pretendeva una spiegazione, quella spiegazione che oggi spesso non si trova, e chiedeva una soluzione definitiva del problema, insomma l’espulsione da parte della società del reo. Oggi Ferdinando Carretta, che sterminò la sua famiglia nel 1989, è alla vigilia del rientro nel consesso civile. Oggi ci interroghiamo sgomenti sul movente che può aver sconvolto la mente di Guglielmo Gatti, un tempo la via d’uscita dinanzi agli abissi dell’anima era il certificato medico.
Una diagnosi era lo scivolo verso il manicomio criminale. Al resto, quando la condanna era improponibile per infermità mentale o ridotta a pura teoria per un’infermità perziale, ci pensavano le misure di sicurezza introdotte dal codice Rocco nel 1930. Killer, ladri e prostitute avevano il destino segnato.
L’Italia degli anni Trenta, squadrata dal fascismo, si sbarazzava così della sua parte oscura e più imbarazzante: la mamma che aveva eliminato il figlioletto appena nato, lanciando il corpicino sui tetti di Milano; il marito abominevole che a Littoria aveva costretto la moglie sventurata a prove disumane di fatica, fino a farla morire di stenti; gli amanti di Napoli con la loro vorticosa passione extraconiugale, chiusa da un colpo di pistola e dalla morte di lei, madre di due bambini piccoli. A tutto c’era, ci doveva essere una risposta razionale e soddisfacente: il marito violento e sanguinario soffriva, secondo i testimoni dell’epoca, di «mal di luna e urlava come una capra»; l’amante era «ossessionato dal suicidio paterno e dominato dall’idea di essere predestinato alla stessa tragica fine». E persino le prostitute che derubavano i cilenti e davano in escandescenze erano, a modo loro, malate: «di immoralità costituzionale» e di «intossicazione cronica da alcol».
Quest’Italia tragica riemerge, come da una caverna, dal libro del direttore dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa (Caserta) Adolfo Ferraro: Delitti e sentenze esemplari, pubblicato dal Centro scientifico editore. Ferraro raccoglie 10 casi in bilico fra crimine e pazzia, restituiti dalla carte dell’ex manicomio criminale.
È in quel recinto che si affolla quell’umanità incattivita da gesti atroci. Ed è lì che il codice Rocco spinge, a colpi di misure di sicurezza, tante personalità berderline che forse avrebbero meritato ben altro percorso. Ecco la zitella sedotta, «affetta da malinconia ansiosa». E il ladro di elemosine, forse un po’ troppo sbrigativamente catalogato come «persona socialmente pericolosa, giacchè quandi i centri inibitori non funzionano egli è incline al delitto». Così il furto di 9,25 lire in una chiesa di Mombello gli costerà la condanna a 1 anno e 4 mesi di carcere. Più un viaggio senza ritorno ad Aversa. Dove morirà, come tanti altri individui dalla vita inquietante e infelice.