Quando la critica fa onore alla letteratura

Questo nuovo libro di Harold Bloom (Anatomia dell’influenza, Rizzoli, pagg. 438, euro 22), che si può considerare il suo testamento intellettuale e la summa del suo pensiero, ha avuto su di me un effetto antidepressivo. Leggendolo mi ripetevo: «Ma allora la grande letteratura esiste ancora, non è come vogliono certi critici italiani, perduti nel loro culto di uno specialismo inerte, di un ideologismo ammuffito. Allora esistono ancora la memoria, la storia, la grandezza, l’individualità. E la critica letteraria, quando è personale e appassionata, si risolve davvero in qualcosa di sapienziale». Di fronte a un libro così ho ripreso respiro. Harold Bloom scrive queste pagine per rispondere ad alcune domande essenziali. Perché ha provato tanta preoccupazione ossessiva intorno al tema dell’«influenza», di cui già parlava uno dei suoi libri maggiori? Come le sue esperienze di lettura hanno modellato il suo pensiero? E infine, domanda delle domande: qual è lo scopo di una vita dedicata alla letteratura?
Gli autori intorno a cui ruota il libro sono Shakespeare e Whitman. Shakespeare metabolizzò ogni influenza subita e assunse la coscienza umana in sé come materia della sua poesia, e divenne sommo inventore di personaggi, di eroine così vive che i lettori adolescenti se ne innamoravano: successe a Bloom, io non fui immune dal fascino metamorfico di Rosalind, la protagonista di Come vi pare. Walt Whitman è influenzato da Ralph Waldo Emerson. Waldo, il filosofo trascendentalista, è la mente dell’America, Walt, con il suo Foglie d’erba, ne è il canto, l’anima e la carne. Nella ragnatela di influenze reciproche che è la struttura diramata e complessa di un libro come questo, scopriamo che D.H. Lawrence accantona la democrazia di Whitman, è vero, ma coglie perfettamente la sua poesia come quella del «momento istantaneo», quella di un «grande modificatore del sangue nelle vene degli uomini». Scopriamo che Percy Bysshe Shelley, creatore di miti che Bloom aveva messo al centro dei suoi interessi a inizio carriera, esercita la sua influenza su William Butler Yeats, l’arcipoeta reazionario irlandese. E che i due condividono con Lawrence stesso il grido profetico. In un libro dove le passioni, come quella dell’autore per il poeta Hart Crane, amato dall’infanzia, vengono così esaltate, non mancano le idiosincrasie. Eliot e Pound sono messi in seconda fila e visti come «monologhisti drammatici» e come fascisti antisemiti, Edgar Allan Poe è detto «pessimo». E non mancano momenti di leggerezza: al poeta Auden, l’autore dell’Età dell’ansia, è dedicato un pungente ritrattino extraletterario, che ce lo mostra mentre arriva a casa Bloom, posa una valigia con dentro soltanto una grossa bottiglia di gin, una piccola bottiglia di vermouth, un bicchiere di plastica e i fogli delle sue poesie, e comincia a lamentarsi e a mercanteggiare sul compenso di 1000 dollari per una sua conferenza. Il lettore italiano potrà soffermarsi su un esempio di influenza che Bloom riporta: la rivisitazione elegantissima che un contemporaneo come Mark Strand fa di una poesia di Leopardi. Si tratta del rifacimento attualizzante, con tanto di semafori e di auto in corsa, della Sera del dì di festa. All’autore dei Canti viene dedicato un capitolo intero, e le influenze più forti su di lui vengono identificate non in Petrarca e Dante, ma in Omero, Lucrezio e Rousseau. E si elogia quell’eroismo morale che sprigiona dalla Ginestra. È bello che Leopardi ci sia in un simile libro-pantheon.