«Quando D’Alema ci chiese: aiutate il partito»

Stefano Zurlo

da Milano

La Tangentopoli che imbarazza la sinistra non lo trova affatto sorpreso. «Me l’aspettavo - afferma senza tanti giri di parole Nino Tagliavini -. Il collateralismo fra il partito comunista e le cooperative c’è sempre stato. Ora, finalmente, se ne vedono gli effetti perversi». Lui quella vicinanza pericolosa fra Coop e Botteghe Oscure la raccontò in prima persona agli investigatori di mezza Italia: era il 1994 e il manager reggiano, presidente dell’Unieco, fu prontamente ribattezzato il Mario Chiesa del Pci-Pds. Paragone coraggioso perché le rivelazioni del pentito che raccontava di aver portato una valigetta con 370 milioni non dichiarati a Botteghe Oscure non portarono ad alcun risultato. O meglio, per quella vicenda fu recapitato un invito a comparire per finanziamento illecito a Massimo D’Alema, ma l’accusa fu poi archiviata dal gip di Reggio Emilia dopo aver zigzagato fra diverse Procure. E la storia finì in archivio con la seguente motivazione: non è dimostrato che D’Alema avesse chiesto aiuto alle coop, ma se anche fosse stato questo non significa che lui sapesse l’origine illecita dei soldi. Tagliavini resta però un testimone scomodo di quella stagione, la cui coda è rimasta impigliata nelle aule di tribunale per anni. Tagliavini ha collezionato una condanna, per finanziamento illecito alla Dc, alcune assoluzioni, molte prescrizioni. L’ultima pochi giorni fa.
Quanto tempo è rimasto alla presidenza dell’Unieco?
«Un anno e mezzo, dal ’90 al ’92. Io non ero comunista, ma fui nominato Presidente di questa coop, in cui lavoravo dal 1969. L’Unieco si occupava e si occupa ancora oggi di opere edilizie e ambientali».
Come si entrava nel giro degli appalti?
«Semplice. A livello nazionale si pagavano i tre grandi partiti: la Dc, il Psi, il Pci».
A livello locale?
«Il sistema era diverso: io, contiguo al Pci-Pds, finanziavo eventi sportivi, feste dell’Unità, convegni e quant’altro».
Lei versò oboli ai tre partiti?
«Certo. C’era uno schema preciso: il 50 per cento delle commesse andava ai privati, privati sponsorizzati naturalmente, il 30 per cento a soggetti pubblici, il resto a noi delle coop, appoggiati dal Pci-Pds. Il sistema era ferreo, non erano tollerate eccezioni».
Sarà, ma lei ha ammesso di aver versato soldi a Botteghe Oscure in una sola circostanza. Come mai?
«Tenga presente che io sono rimasto alla testa dell’Unieco per un breve periodo. Non di più».
Dunque diede solo quei 370 milioni?
«Sì. Io partecipai ad una riunione con alti dirigenti del partito e una decina di cooperatori».
Chi c’era esattamente intorno a quel tavolo?
«Lanfranco Turci, allora presidente della Lega delle cooperative, il tesoriere del partito, Marcello Stefanini, e Massimo D’Alema. D’Alema tenne un discorsetto in cui in sostanza ci disse che il partito si aspettava un aiuto da noi».
Le parve un ragionamento strano?
«Nessuno ebbe nulla da obiettare».
Lei che cosa capì?
«Capii quel che dovevo capire: era auspicabile che io dessi contributi al partito, in cambio il partito si sarebbe ricordato della mia impresa».
Tutto normale?
«Per me, sì. Era la prassi dell’epoca».
Poi che successe?
«Io portai un contributo in nero a Botteghe Oscure».
Dentro una valigetta?
«Certo. In due tranche, per complessivi 370 milioni».
Chi ricevette il regalo?
«Il tesoriere del partito Marcello Stefanini che chiamò un suo collaboratore e lo fece mettere in cassa. Sa, il partito era come una chiesa. Tutto era studiato nei dettagli, secondo rituali codificati».
Fu l’unica volta?
«Io penso che anche altri, come il sottoscritto, abbiano versato contributi al partito. Del resto, lo ripeto, io pagai anche la Dc e il Psi e li avrei finanziati ancora se non fosse scoppiata Mani pulite e io non fossi stato inquisito e arrestato».
Come è finita questa storia?
«D’Alema venne prosciolto, Stefanini è morto, io me la sono cavata con la prescrizione dall’accusa di finanziamento illecito. Sono stato invece assolto nel merito da quella di falso in bilancio. Ma questo è avvvenuto dopo anni e dopo un peregrinare fra diversi uffici, da Roma e Reggio Emilia».
Come reagì il partito alle sue rivelazioni?
«Con l’indifferenza, col distacco: come se non esistessi. Io giravo per Reggio Emilia e a stento mi salutavano. Nessuno ha mai pensato di riflettere criticamente su quel che io ho detto».
Oggi?
«Oggi, all’età di 57 anni, faccio l’immobiliarista a Reggio Emilia e quando sfoglio i giornali, di questi tempi, mi dico: “Prima o poi doveva scoppiare questa Tangentopoli”».