Quando D’Alema tuonava: l’età pensionabile non si tocca

Nel 2005 l’esponente ds aveva detto: così si incoraggia la fuga dal lavoro

Guido Mattioni

da Milano

L’età può giocare brutti scherzi alla memoria. Anche a Massimo D’Alema. Specie se l’età in questione non è la sua, ma quella di pensionamento degli italiani. Ieri, infatti, con il rilievo da prima pagina che va riconosciuto a un leader, il ministro degli Esteri è intervenuto sull’Unità affrontando il tema che sta dividendo la maggioranza: la riforma delle pensioni. «Andare in pensione a 57 anni è aberrante», ha scandito l’esponente dei Ds aggiungendo che soprattutto non gli pare corretto che «chi va in pensione a 57 anni abbia la stessa retribuzione di chi ci va a 77». D’Alema ha anche giocato di sponda a favore del suo collega di partito Cesare Damiano, ministro del Lavoro, che nei giorni scorsi si era detto favorevole all’uso di disincentivi e incentivi: i primi a carico di voglia anticipare la quiescenza rispetto ai 60 anni previsti dalla legge Maroni; i secondi a favore di chi intendesse invece continuare a lavorare.
Ma D’Alema, a volte dimentica. Dimentica che nel corso di anni non poi così lontani, quelli del secondo governo Berlusconi, la sua posizione in materia è stata invece, e a più riprese, di tono decisamente differente. «Io sono per il sistema contributivo pro rata e non per un innalzamento dell’età pensionabile o per il ricorso a incentivi», aveva dichiarato il 29 agosto 2003 a Rimini (stesso anno in cui a Genova, in altra occasione, parlando della riforma Maroni l’aveva definita senza mezzi termini «inapplicabile, rozza e punitiva»). Quel 29 agosto 2003, comunque, D’Alema era a un dibattito al Meeting di Cl con l’allora vicepremier Fini. Confronto nel corso del quale aveva ribadito il suo «scetticismo» nei confronti di disincentivi e incentivi. Proprio ciò che ora, ventilato da un ministro ds, gli appare invece ideale.
Poi erano passati i mesi e la discussione nell’allora maggioranza di centrodestra sul tema pensioni era proseguita con un nuovo testo presentato da Maroni, che aveva lasciato però ferma la necessità alzare la soglia dell’età. «È una proposta iniqua e inaccettabile. Il governo colpisce ancora a casaccio», aveva ribadito tetragono D’Alema il 24 febbraio 2004. Mentre il 3 novembre 2005 era addirittura sbottato. «Quando si parla di età pensionabile, meno si parla meglio è (proprio quello che lui non ha fatto ieri, ndr)», aveva detto in uno dei suoi tipici scatti di stizzita insofferenza riferendosi a Silvio Berlusconi che, di fronte alla platea della Federazione tabaccai, aveva mostrato interesse verso il modello tedesco, con una soglia a 68 anni. «Normalmente, quando il capo del governo lancia idee di questo genere - aveva ironizzato l’esponente ds - il primo effetto che si ha è l’aumento delle domande per andare in pensione». Guarda caso, più o meno un’uscita dello stesso tenore, la sua, di quella pronunciata lo scorso weekend a Villa d’Este da Giulio Tremonti. Uscita che all’ex ministro dell’Economia è però costata, da parte di un centrosinistra schierato compatto, quasi una lapidazione sulle sponde del lago di Como.
E via di questo passo, cioè contrario a qualsiasi ipotesi di innalzamento dell’età pensionabile, Massimo D’Alema lo è rimasto - va ricordato - fino a pochi mesi fa, esattamente fino al 26 marzo di quest’anno, ultima data conosciuta in cui egli si sia lasciato andare a una critica esplicita nei confronti dello «scalone» introdotto da Maroni e che prevede dal 2008 l’aumento dell’età pensionabile a 60 anni dopo 35 di contributi (a 57 anni per le donne). «Quella che io chiamo legge Maroni (di fatto tale la è, senza che sia lui a chiamarla così, ndr) sarà oggetto di immediata riforma», ha minacciato. Minaccia dimenticata però ieri sulle colonne del giornale di partito. Da dove ha avvertito i suoi - quasi con un vecchio e guareschiano «contrordine, compagni!» - che «aberrante», d’ora in poi, va inteso l’andare in pensione prima dei 60 anni.