Quando De Gasperi querelò Guareschi

Stupisce che il Cav citi in giudizio la giornalista Milena Gabanelli per il servizio tv sulla magione di Antigua. Non dubito che abbia le sue ragioni per sentirsi offeso dalle allusioni malandrine di Report. Però non capisco perché proprio lui si rivolga ai magistrati per ottenere giustizia. Se c’è uno che diffida dei giudici -e con ottime ragioni- è appunto il Cav. Come fa adesso a conservare tanta fiducia in loro da sperare di averne soddisfazione nella circostanza? Delle due l’una: o il Cav se ne impipa della coerenza e fa una sceneggiata per dare risalto alla sua indignazione o al fondo, pover’uomo, si illude anche lui di trovare finalmente un giudice a Berlino. La speranza, si sa, è l’ultima a morire ma, in ogni caso, si dimostra un ingenuo. L’antipatia che i magistrati hanno per lui è assodata ed entrando volontariamente in un’aula di tribunale non fa che portare la testa al capestro. Non se ne esce: o ha una dose cavallina di incoscienza o un ottimismo da incosciente.
Fatta la premessa, trovo invece infondate le critiche dei soliti noti per l’iniziativa. Ne elenco alcune per dire da che pulpito piovono. Di Pietro: «Berlusconi querela solo perché Gabanelli gli ha fatto una domanda». Il segretario della Federazione della stampa, Franco Siddi: «Le querele non fermeranno le notizie, né le domande». Giuseppe Giulietti, notorio prezzemolo sui pasticci Rai: «La querela è una forma di censura». A parte che tutti costoro smarronano evocando una querela mentre il Cav ha fatto una causa civile, l’idea suggerita è che un politico di rango non trascina un giornalista in tribunale. Ne va della libertà di informazione perché troppa è la disparità di forze tra un potente e uno scribacchino. C’è del vero e, personalmente, detesto queste iniziative minacciose dei politici. Meglio sarebbe stato se il Cav avesse lasciato perdere. Ma da qui a impancarsi, ne corre, visto il numero di quelli che hanno preceduto il premier sulla cattiva strada. A cominciare da Di Pietro che con le cause ai cronisti si è arricchito più che con la destrezza immobiliare. E poi quel bel tomo di Siddi, sindacalista della nostra categoria: oggi si sveglia contro il Berlusca, ma era in sonno profondo quando Gianfry Fini pochi mesi fa ha querelato Il Giornale. Da Siddi, all’epoca, nemmeno una parola. Siamo alle solite. Quello che agli altri è lecito, al Cav è vietato. Se Fini, presidente della Camera, chiede risarcimenti milionari difende l’onore e il suo buon diritto. Se è l’altro a farlo, intimidisce e si sottrae al confronto con la libera stampa. Miserie della polemica politica e del giornalismo asservito.
Ammettiamo però che un capo di governo abbia doveri maggiori e gli spetti un particolare senso della misura. E dunque che oggi sia giusto mettere alla gogna il Berlusca per la Gabanelli. Già, ma ricordate come si comportò da premier Max D’Alema contro Giorgio Forattini, il celebre vignettista? Era il 1999, Max stava a Palazzo Chigi, e Giorgio lo ritrasse mentre «sbianchettava» i nomi, apparsi nella lista Mitrokhin, degli italiani al servizio del Kgb. D’Alema, che ormai si dava arie di antisovietico, querelò inviperito Forattini e gli chiese un risarcimento di tre miliardi. Nessuno a sinistra gli dette sulla voce. Ai sacri principi, dalla libertà di parola a quella di satira, fu messo il silenziatore. Anzi, quando Bruno Vespa volle dedicare all’inquietante faccenda una puntata di Porta a Porta, la Rai la vietò con una scusa: una mini elezione alle porte. In realtà, era pura piaggeria verso Max. A ingiungere lo stop, furono il presidente Roberto Zaccaria, un dc sinistrorso oggi deputato del Pd, e Pierluigi Celli, piazzato alla direzione generale per assecondare gli umori della conventicola dalemiana. Sapete come reagì alla censura prezzemolo Giulietti, quello che oggi stigmatizza il Cav per la sua rabbia contro Report? Sentenziò: «È tutta una provocazione!» e il provocatore, a suo dire, era Vespa che osava discutere la querela di D’Alema. Pensate se, in analoghe circostanze, fosse stata rinviata una trasmissione di Michele Santoro. Ma è la legge non scritta della Rai: Bruno alle ortiche, Michele invece non si tocca altrimenti il pretorello di turno ne ordina la riammissione in prima serata col triplo dei riflettori accesi e pubblico urlante a comando.
Dunque, con buona pace dei difensori improvvisati della libertà di stampa, D’Alema premier si comportò allora come oggi il premier Berlusconi. Ma siccome il Cav è un caso speciale che merita sempre un trattamento particolare, è stata fatta un’ulteriore distinzione. Poiché lui invoca per sé, finché governa, la liberazione dei processi - vedi lodo Alfano - è scorretto che ne infligga uno a chi lo insulta. L’idea è del vicedirettore del Corsera, Pierluigi Battista che in un editorialino ha usato questo argomento per attaccare il Mostro della Brianza. Una tesi così sottile da raggiungere lo spessore di una carta velina. Ora, a parte il fatto che il lodo Alfano è di là da venire e probabilmente non ci sarà mai, gli annali sono pieni di premier querelanti che non potevano a loro volta essere chiamati in giudizio.
Fino al 1993 è stata in vigore l’immunità parlamentare piena voluta dai Padri costituenti che prevedeva la sottrazione dei parlamentari ai processi senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Esoneri che arrivavano col contagocce per i pesci piccoli e mai per le alte cariche, come - poniamo - pezzi da novanta tipo Ciriaco De Mita o Alcide De Gasperi che di fatto erano coperti da un super lodo Alfano. Ebbene tanto Ciriaco quanto Alcide - nonostante lo scudo che li proteggeva - querelarono fior di giornalisti. Da presidente del Consiglio, De Mita se la prese negli anni Ottanta con Indro Montanelli che gli dette del «boss irpino» in un articolo di fondo. Indro si beccò una lieve condanna accolta con sdegno dai lettori del Giornale che dirigeva e col complice silenzio dalle odierne prefiche della libertà di parola. Negli anni Cinquanta, De Gasperi premier ci andò giù molto più duro. Indignato con Giovannino Guareschi che - forse prendendo fischi per fiaschi - lo aveva accusato di avere sollecitato i bombardamenti alleati su Roma nel 1943, lo querelò. Guareschi fu condannato a un anno di carcere che si fece per intero, rifiutando per tigna, convinto delle sue ragioni, di chiedere la grazia.
Ora con questi precedenti, c’è adesso chi sale in cattedra per dire che il Berlusca è l’Attila della libertà di stampa, l’unico capo del governo che abbia mai trascinato un cronista in tribunale, l’eccezione antidemocratica in un mare di virtuosi rapporti tra politica e giornalismo. Non c’è che una spiegazione a tanta smemoratezza: una malafede al cubo.