Quando il design accarezza i cilindri

Chi ama le moto sa perfettamente che non servono a evitare le code nelle città intasate. Per quello bastano (e avanzano) gli scooter. Le moto sono tutta un’altra cosa: linee, forme e sensazioni. Quando si viaggia, raccontava Robert Pirsig nel suo indimenticabile Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, in moto si sentono gli odori, si urla perché se no non si fanno grandi discorsi e ci si sporcano le mani di grasso.
Alla lunga non sono dettagli. Così come non sono dettagli il brillare di una marmitta, la forma filante di uno specchietto, la cromatura di una scritta o del tappo della benzina. Avete mai visto un motociclista che lava la sua moto? Provate a confrontarlo con i tanti che con le auto affollano le stazioni di servizio nei weekend. Non c’è partita. Ci sono centauri che puliscono le ghiere delle testate con i pennellini da pittore, le lucidano, le rilucidano e poi se le guardano soddisfatti.
Certo è una mania, un delirio squisitamente estetico riservato al «popolo» che ha ancora il vizio di salutarsi con un gesto quando si incrocia sulle strade e che fino al 18 novembre troverà «sublimazione» in una mostra che mette in passerella 75 tra i modelli più sensazionali degli ultimi Sessant’anni. Il Mad - Moto Arte Design - è quanto di meglio gli «stilisti» abbiano partorito nel campo motociclistico senza distinzioni di categoria: dal gran turismo, alla corsa; dall’enduro al trial, dalle naked a quelle carenate.
Organizzata dalla Collezione motociclistica milanese, in collaborazione con Open Care e con il supporto dei professionisti del team di Forumnet la mostra ha due precedenti davvero illustri: l’esposizione «The art of motorcycle» presentata ne 1998 al Gugghenheim di New York e riproposta l’anno successivo a Bilbao con un incredibile successo di pubblico. Rappresenta, come recita il comunicato di presentazione, «un biglietto da visita per dire al mondo dei giovani che non esistono soltanto i motorini e per ricordare agli adulti quello che inseguivano, sognavano o magari ignoravano da ragazzi».
Ma non è solo filosofia. Nelle intenzioni dei curatori il Mad spalancherà le porte a un museo milanese ideato per mettere in scena collezioni uniche al mondo, una scuola-atelier dedicata alla progettazione e al restauro e una biblioteca con archivio multimediale.
È davvero un bel vedere. Si resta quasi in religioso silenzio davanti a tanta meraviglia. Giocano a favore anche le luci del palazzo del ghiaccio di via Piranesi che accarezzano code, carene e serbatoi con una complicità a volte inattesa. È una mostra di forme veloci, tocchi di genio e sfide architettoniche alla penetrazione del vento. Modelli costruiti in serie, in serie limitate o addirittura unici. Ma anche prototipi apparsi nel passato in qualche salone della moto e mai più riproposti. Un bagno nella storia dello stile a due ruote che però svela anche come molte antenate fossero, già parecchi lustri addietro, già dotate di soluzioni tecniche strabilianti.
C’è la Triumph Bonneville nera e cromata, rimasta intatta nel suo fascino anche oggi, quasi a testimoniare che la storia e le linee classiche non scendono a compromessi con le mode. C’è la «Moto» dell’Aprilia disegnata dalla matita di Philippe Stark, il designer francese che prima di avventurarsi negli schizzi a due ruote aveva disegnato una fabbrica di birra ad Asakusa, in Giappone, e nel 1982 gli appartamenti privati del presidente della Repubblica francese all’Eliseo. E c’è l’Aermacchi Chimera gioiello avveniristico che nel 1955 sconvolse non poco i canoni aerodinamici del tempo: e non poteva essere diversamente visto che a realizzarla era stata un’azienda che fino ad allora aveva costruito solo aeroplani. Fu la prima moto della storia a presentarsi con un ammortizzatore singolo posteriore e con una scocca che terminava con un bocchettone di raffreddamento simile a quelli dei motori aerei.
Ma la storia in moto va anche di corsa. Così c’è la Gambalunga, una 500 Guzzi da 35 cavalli e oltre 180 chilometri orari che la casa di Mandello Lario «sfornò» nel ’46 e che per gli «smanettoni» di allora fu un vero e proprio oggetto del desiderio. E c’è anche la 500 Mv Agusta tre cilindri, una mezzo litro nata da una costola della 350 che sviluppò il conte Domenico Agusta in persona, per poi affidarla nelle mani sapienti di Giacomo Agostini che ci vinse qualche motomondiale.
Un po’ di nostalgia ma nessuna concessione alla malinconia. Bastano pochi passi per ritrovarsi faccia a faccia con i «muscoli» di una Ducati 916, di una Paton Pg 500Rc o di una Buell RR 1000. Qui ci si ferma, un po’ per rispetto e un po’ per ammirazione. E sempre qui si ha la sensazione immediata che le moto sono inutili per saltare le code nel traffico. Nel più assoluto silenzio si sente distintamente un rombo di cilindri. No, nessuna suggestione: è musica per chi la vuole ascoltare...