Quando a dettare legge sono i nostri amici (ma a quattro zampe)

Mondo cane, ma non per gli italiani, che di recente, quando quadrupedi rabbiosi mordevano, in Sicilia, uccidendo bambini e turisti, si sono interrogati a lungo sui perché di certi abbandoni. E non senza conflitti interiori: era giusto, per dire, abbattere quelle bestie con la bava alla bocca, invece di curarle, prevenendo prima, senza abbandonarle all'incuria umana, le loro esplosioni di selvaggeria mortale?
Per il tramite di una singolare ondata di azzannamenti, quest'inverno, si è capito, anche attraverso puntuali resoconti di cronaca, che i cittadini più avvertiti erano pronti a mettere, sullo stesso piano di una profonda pietas, uomini e bestie, con uguale diritto alla tutela e a un equo giudizio. E sembrano lontane anni luce certe prese di posizione dei gesuiti, che nei primi Ottanta davano l'altolà a quanti si dedicassero agli animali domestici, «specialmente ai cani e ai gatti, spendendo enormi e inutili somme, risorse che potrebbero essere dedicate a cause più nobili, ad esempio sfamare i bambini del Terzo mondo», come denunciavano i religiosi della Compagnia di Gesù dalle colonne di Civiltà Cattolica, quindicinale caro alla Santa Sede. Prima di tutto, nella nostra coscienza civile sembra entrato, e in modo stabile, il concetto che gli animali posseggono se non un'anima, almeno una sensibilità cosciente. Il che viene anche ribadito, a Roma, a ogni festa di san Francesco d'Assisi, quando migliaia di fedeli si danno appuntamento nella basilica di Santa Maria in Trastevere, per la rituale benedizione degli animali domestici, nel nome del Poverello assisano.
Durante gli anni Cinquanta, per esempio, annoiati ragazzini ruspanti, per fare un gioco da cortile, potevano amputare le code alle lucertole, o tormentare i gatti, dando fuoco alle loro code e tali «passatempi» non venivano condannati dall'opinione pubblica. Anzi,c'era chi li considerava prove iniziatiche d'ingresso nel mondo adulto, un mondo inutilmente feroce e perciò stesso, «forte». Ma adesso, con un Codice penale più rispondente all'attuale complessità del vivere comune, improntato a una maggiore sensibilità verso l'altro da sé, bestia inclusa, le norme sui «delitti contro gli animali» (approvate in via definitiva nel 2004) prevedono sanzioni assai severe per chi faccia soffrire Fido o Micio. Basti pensare che chiunque cagioni una lesione a un animale, o a fatiche insopportabili è punito con la reclusione da 3 mesi a un anno, o con la multa da 3.000 a 15.000 euro. Ne sanno qualcosa i «botticellari», che spariranno dal congestionato traffico capitolino, visti i tanti cavalli stramazzati sul selciato, quest'anno, e prontamente fotografati, via cellulare, dai passanti indignati, o commossi da quelle morti sul lavoro. E siccome il grande caldo avanza e l'estate, si sa, invoglia all'abbandono dei quattrozampe privi di favella, ma non di cuore, è utile ricordare che ai sensi degli articoli 55 e 57 del codice di procedura penale, gli animali da affezione non si possono scaricare impunemente da auto in corsa: la vigilanza è d'obbligo e (per fortuna) c'è sempre qualcuno che scatta una foto e la invia ai Carabinieri, insieme al numero di targa.
Certo, ancora non siamo ai livelli degli americani, quanto ad «animal law», quella combinazione di norme giuridiche, sociali e biologiche, che da circa trent'anni difende gli interessi degli animali. Al momento, il «Diritto Animale» negli Usa è materia d'insegnamento in 110 università, comprese le più note Harvard, Stanford, Ucla, University of Michigan e Georgetown University: sei famiglie americane su dieci, infatti, tengono in casa animali, che trattano come membri di famiglia. Proprio come si vede nella brillante commedia «Io & Marley», dove una tipica famigliola a stelle e strisce modifica il proprio stile di vita in relazione alle esigenze del cane di casa, un invadente e simpatico Labrador, che da morto verrà sepolto in giardino, con tanto di orazione funebre. Del resto, la lobby animalista in America risulta più potente di quanto non sia in Italia, anche perché non si contano i casi di miliardari, che morendo lasciano i propri ingenti patrimoni al cane o al gatto, come ha fatto di recente Leone Helmsey, pronto a intestare beni mobili e immobili al suo cane maltese, Trouble. In caso di divorzio, poi, il cane della coppia diventa spinosa materia di contesa e quindi molte università, come la Georgetown, o la Lewis&Clark School di Portland, mettono in sinergia le proprie facoltà di Diritto animale con le varie società di «Animal legal defense», mettendo così anche in moto un consistente giro d'affari. Per tacere della «Animal law review», la rivista specializzata, che tratta persino questioni inerenti alle royalties, che possono «incassare» quei cavalli o scimpanzé artisti, in grado di dipingere tele, poi vendute sul mercato dell'arte... E pensare che quando Brigitte Bardot, smesso il broncio da star, cominciò a occuparsi dei diritti degli animali, c'era sempre qualcuno pronto a darle della matta fissata.