Quando lo difesi anche contro la Fiat

Dopo il tamponamento con Lauda del ’75 mi schierai con Clay e a Torino non gradirono...

Non è il momento di rivangare vecchi episodi o antiche situazioni degli anni Settanta, per esaltare la memoria del caro Clay Regazzoni, così tragicamente perito. E l'invito a rivivere la rivalità con Niki Lauda mi trova alquanto riluttante. Anche perché, se volete saperlo, Clay non ha mai odiato né il suo grande compagno-rivale, né chi, in seno alla Ferrari, lo sfavoriva sistematicamente. Lui era fatto così: schietto, generoso, non voleva saperne di lamentarsi e preferiva il silenzio, tanto più che sapeva di essere particolarmente benvoluto da Enzo Ferrari.
Spesso, come quella volta a Zandvoort, nel 1975, con la nota vicenda delle gomme consegnate solo a Lauda, mi faceva capire chiaramente come le cose erano andate. Allora, ero pronto a fare una grande difensiva. Ma al momento di completare il quadro tecnico, lui mi bloccava e negava tutto. La denuncia, con gli elementi in mio possesso, l'ho fatta ugualmente, seppur in forma molto larvata; il risultato, però, è stato quasi insignificante e lui era contento di aver raggiunto il suo scopo, nella speranza di lasciar parlare soltanto i risultati agonistici.
Mi chiamava "benzina", non facendo certo un grande sforzo di fantasia, e mi trattava come un fratello maggiore. «Ricordati - diceva sempre - che Niki l'ho portato io alla Ferrari. Nel 1973, quando sono dovuto andare alla Brm, me lo sono trovato in squadra e ho visto cosa sapeva fare. Al Nürburgring, con il suo tempo migliore del mio e con quel memorabile inizio di gara, mi ha lasciato di stucco. Così, quando Enzo Ferrari mi ha richiamato a Maranello, nel 1974, e mi ha chiesto di indicargli un giovane promettente, non ho avuto dubbi. Gli ho detto: prenda quel giovane austriaco e non se ne pentirà». E proprio non se ne è pentito.
Solo che la situazione era molto mutata, rispetto alle stagioni precedenti, quando la Ferrari usciva dalla profonda depressione del 1969 e tornava a rialzare la testa nel 1970, con la magnifica 312 boxer, affidata a Jacky Ickx e poi, da Zandvoort, all'esordiente Regazzoni, quarto fra la sorpresa generale. Fino allo storico trionfo di Monza. Anzi, tra i miei ricordi più belli di Clay c'è proprio quella serata di frugale festeggiamento, quasi da osteria ticinese, dopo lo splendido risultato olandese. «Troviamoci al Bouwes, mi disse in dialetto, che ci facciamo una bottiglia...». L'avevo tanto sostenuto, per averlo conosciuto con la Tecno nelle formule minori, e l'avevo tanto apprezzato, soprattutto dal lato umano, che qualche privilegio potevo meritarmelo.
Nel mutamento di situazione, alla Ferrari del 1974, Lauda ha preso un sopravvento anche dal lato psicologico. Al punto di far dimenticare a tutti che il titolo mondiale lo poteva benissimo conquistare anche Regazzoni, nel memorabile finale degli "orrori tecnici" di Watkins Glen. Non dico quel che è successo l'anno dopo, nel famoso Gran Premio di Spagna del funesto Montjuich, con il duo Niki-Clay in prima fila e con il loro tamponamento subito dopo la partenza. Ho preso le difese di Clay, grazie anche alle rivelazioni fattemi da un altro campione di lealtà, qual è sempre stato Mario Andretti, partito in scia alle due Ferrari. Risultato, mi hanno scatenato contro non solo l'intera Ferrari, ma tutta la Fiat, con una girandola di lettere di avvocati. Eppure, c'è stato a Torino - caro, indimenticabile Gianni Agnelli, assieme alla mitica Maria Rubiolo - chi ha saputo mettere in riga gli arroganti prevaricatori dell'epoca. È stato allora che ho finito per approvare gli atteggiamenti di Regazzoni, oltre a tutti i meriti dovuti alla sua indole buona, nonostante certe apparenze, talora ribelli e spregiudicate. Ormai, quando è venuta la volta di Brands Hatch, con la doppia collisione di Lauda, ero ultra-vaccinato e di Clay potevo raccontare tutto, proprio tutto.