Quando il dito di Tony Manero bucò il piombo degli anni ’70

"La febbre del sabato sera" uscì in America il 14 dicembre del 1977, ma arrivò in Italia nel marzo successivo, nei giorni del rapimento Moro

Era davvero plumbeo e a suo modo addormentato il sabato sera italiano al tempo in cui arrivò da noi La febbre del sabato sera americano? Trent’anni dopo, grazie a RaiSat Cinema che il 14 dicembre, la data in cui il film uscì allora negli Stati Uniti, lo ripropone in prima serata, siamo qui a chiedercelo un po’ increduli e un po’ stupiti. Davvero Tony Manero, alias John Travolta, cambiò le nostre notti? Davvero quel film segnò la fine di un’epoca e anticipò quello che dopo sarebbe arrivato: il riflusso, l’edonismo reaganiano, gli yuppies e, insomma, gli anni Ottanta?

Alla mostra sui Settanta, Il decennio lungo del secolo breve, che si tiene alla Triennale di Milano, il travoltismo ha il suo piccolo posto d’onore: è il risultato, ci viene spiegato, di una stanchezza dell’impegno giovanile politico e dell’intransigenza ideologica, è un fenomeno di estrazione proletaria, ma con forti agganci piccolo e medio-borghesi, segna una riscoperta del corpo, del sesso e del divertimento allo stato puro, senza implicazioni di palingenesi sociali, senza doveri né dolori.

Il 1978 è un anno strano, orribile per molti versi, comunque schizofrenico. Ancora pochi mesi prima Ugo La Malfa ha chiesto che il Pci venga fatto entrare nel governo e si è meritato il sarcasmo macabro di Indro Montanelli: «L’onorevole La Malfa è morto e al suo posto c’è un pazzo che si crede Ugo La Malfa»... Appena pochi mesi dopo, in quello stesso marzo in cui La febbre del sabato sera debutta nelle prime visioni di Roma e di Milano, viene varato il quarto Governo Andreotti: è un monocolore democristiano con il voto di Pci, Psi, Psdi, Pri e viene ribattezzato di «solidarietà nazionale», ovvero «dell’emergenza»... Al posto di La Malfa ci sarà anche un folle, ma è un folle lucido che sa quel che dice e quel che fa...Solo che, cinque giorni dopo il varo dell’esperimento, le Brigate rosse rapiscono Aldo Moro e lasciano morti sul terreno gli uomini della sua scorta...

Il leader democristiano non sarà l’unico «cadavere eccellente» di quell’anno. Quattro mesi dopo il ritrovamento del suo corpo, se ne va anche Paolo VI, quel Papa fragile e diafano che non aveva esitato a inginocchiarsi davanti ai brigatisti e che ai funerali dello statista assassinato sembra portare su di sé il peso della follia e della vergogna di un Paese. Muore, fra mille sospetti, anche il suo successore, Giovanni Paolo I e, anche se solo in effigie, «muore» fra mille veleni, dimettendosi, addirittura un presidente della Repubblica, Giovanni Leone: lo travolge una campagna di stampa feroce, la vigliaccheria del suo partito, il cecchinaggio del più grande partito d’opposizione. Che altro, politicamente parlando? Ah, sì, si dimette da ministro degli Interni Cossiga, nasce Democrazia proletaria, arriva al Quirinale Pertini, diventa legale l’aborto, chiudono i manicomi...

Mentre Tony Manero balla sullo schermo, magro e spiritato, fasciato in un’orribile giacca bianca e camicia nera, un imprenditore milanese che si chiama Silvio Berlusconi fonda la prima emittente via etere, Tele Milano. La casa editrice Rizzoli compra a sua volta Telealto milanese, la Rai, che, non dimentichiamolo, è a colori appena dall’anno prima, ha nel telequiz Scommettiamo? di Mike Bongiorno e in Radici, tv-drama americano, i suoi punti di forza, la Fiat mette in produzione la Panda e intanto fa sapere che l’assenteismo in fabbrica il lunedì raggiunge una media del 12 per cento, e che gli ordini inevasi causa conflittualità, sono 40mila. I maligni leggono in questi dati una risposta al leader della Cgil Luciano Lama che in un’intervista a La Repubblica ha chiesto agli operai «sacrifici sostanziali» per affrontare la crisi economica.

È un anno confuso, insomma, come da anni è confusa l’Italia. Secondo una stima Siae ci sono in tutta la penisola 5mila sale da ballo e il 50 per cento di presenze in più rispetto all’anno prima. Ballano, dunque, gli italiani: ballano al suono dei Matia Bazar, che a Sanremo hanno vinto con E dirsi ciao, sul ritmo di un’Anna Oxa punk che canta Un’emozione da poco, seguendo L’anno che verrà di Lucio Dalla (Caro amico ti scrivo /così mi distraggo un po’) e di Una donna per amico di Lucio Battisti (Ti amo dolce tenera compagna/ che qualche volta impara e a volte insegna). Perché non dovrebbero agitarsi al suono dei Bee Gees che fanno da travolgente colonna sonora alla Febbre del sabato sera?

Eppure, nella storia del commesso Tony Manero, «ribelle senza causa» che trova solo nell’esibizione in discoteca il riscatto dallo squallore della quotidianità, qualcuno avverte come la punta di un iceberg. Certo, è un italo-americano, un «dago», un disadattato estraneo alle grandi battaglie e alla grande stagione contestatrice americana, ma è proprio questo che rende il suo successo, in patria come da noi, ancora più incomprensibile e in fondo pericoloso. Secondo il collettivo milanese di Critica alternativa: «Il travoltismo coincide con il passaggio dall’impegno politico, dalla cultura, dalla partecipazione al qualunquismo, all’evasione e all’individualismo». È davvero così?

Osserviamo ancora due o tre elementi, squisitamente culturali questa volta. Il 1978 è anche l’anno del Piccolo sinistrese illustrato di Giampiero Mughini e Paolo Flores d’Arcais, delizioso e per certi aspetti esilarante ritrattino di come allora parli l’italiano politicamente alla moda. Il sinistrese è il linguaggio delle parole senza idee, del vuoto pneumatico, delle certezze immarcescibili. Per coniugarlo correttamente bastano un centinaio di parole: è una lingua franca, uno iswahili per sottosviluppati. Ed è l’anno del Male, la nuova rivista alla moda che sostituisce Rinascita o, per i palati più fini, i Quaderni piacentini. È un giornale grossolano, dai tratti pesanti, in cui predominano membri maschili, femminili aperture, studentesche rime e avanzi di caserma. Qui e là felice, affonda nella melma di una violenza satirica che è soprattutto voglia di distruzione, offesa sanguinosa, gusto del linciaggio. Piace, è l’ultimo prodotto dell’ultrasinistra. Da Lenin a Cacasenno: ognuno segue la propria vocazione.

E poi ci sono Macondo e i macondini, ovvero gli ultimi fuochi utopici e comunitari, di gruppo, certo, ma all’insegna di un edonismo più o meno artistico che, messa da parte l’idea di una rivoluzione totale o solo nazionale, del bagno di sangue purificatore, è passata a una nuova favola bella in cui nessuno vuole invecchiare, nessuno accetta lo scontro con la realtà, c’è lo «strippo» come unica alternativa alla P38... Tempo qualche anno e saranno tutti a timbrare il cartellino nell’azienda di famiglia.

Tony Manero, insomma, arriva nel momento in cui, avendo lasciato sulla spiaggia il cadavere simbolico e reale dello Stato liberale, la marea ritirandosi non lascia al suo posto un nuovo Stato, ma i relitti, sotto forma di stanchezza e di povertà intellettuale, di chi a quella morte ha applaudito o è rimasto indifferente quanto ostile. Tutte le parole d’ordine della contestazione sono arrivate al bersaglio, ma poi sono cadute come lettere morte. L’attacco al cuore dello Stato è riuscito, ma poi ci si è accorti che quello è uno Stato senza cuore, senza centro, degno emblema di un Paese senza... Mentre Travolta alza il dito al cielo e trasuda voglia di sesso da tutti i pori, sulla prima pagina del Corriere della sera una casalinga di Cinisello Balsamo denuncia la poca attenzione che i giornali dedicano «alle cose che interessano la gente»: adulteri condominiali, corna, passioni e pensioni... Il film che fa da pendant a La febbre del sabato sera e per motivi opposti segna allo stesso modo il declino di un’epoca, è Ecce Bombo di Nanni Moretti, con il suo quartetto di amici delusi dalla politica e sconfitti dalla vita che attendono il sorgere del sole sulla spiaggia di Ostia e non si accorgono che, a guisa di tramonto, gli spunterà alle spalle.