«Quando don Giussani decise di scommettere sul Cavaliere»

nostro inviato a Rimini
«La mia malattia è un passaggio difficile, una prova che il destino ha voluto sottopormi. Ma ci sono due pilastri che mi aiutano a non cedere: la fede e gli amici». A Marco Palmisano, ex responsabile rapporti istituzionali Publitalia e ciellino doc, non fanno certo difetto questi intimi salvagenti. La fede, infatti, l’accompagna fin dall’incontro con Comunione e Liberazione. E di amici ne ha molti, uno su tutti Silvio Berlusconi. Un compagno d’avventura con il quale ha condiviso la «follia» della creazione di Forza Italia e con il quale è tuttora in contatto nonostante una malattia agli occhi lo costringa da tempo a un esilio forzato.
Quando inizia il suo rapporto d’amicizia con Berlusconi?
«Nell’87. Ero capo ufficio stampa del Movimento Popolare quando Don Giussani gli scrive un biglietto: “Caro Berlusconi, le invio uno dei nostri migliori giovani”. Passano 48 ore e vengo convocato a Via Rovani. Berlusconi mi dice: fai parte della nostra famiglia, dimmi soltanto in quale settore preferisci lavorare. Un mese dopo entro in Publitalia come assistente di Marcello Dell’Utri».
Come nascono i rapporti tra Don Giussani e Berlusconi?
«Tra i due c’è sempre stata una simpatia umana molto forte. In Berlusconi c’è una formazione cattolica che deriva dagli studi dai salesiani. Pochi sanno che negli anni ’70 contattò direttamente Don Giussani chiedendogli di mandargli qualcuno per consulenze politiche e filosofiche. Il Gius gli inviò i responsabili della redazione culturale del movimento, capeggiata da uomini come Angelo Scola, Rocco Buttiglione, Roberto Formigoni».
Berlusconi come considerava Cielle?
«Una sorta di diga culturale, un’influenza positiva. Non dimentichiamoci che già nel ’77 finanziava Radio Super Milano dove iniziano a formarsi i primi giornalisti ciellini. E negli anni ’80 sosteneva Il Sabato. I suoi intenti erano manifesti: voglio aiutare una libera informazione, diceva, questi giovani cattolici anticomunisti puntano a difendere la libertà».
Cielle ebbe un ruolo della discesa in campo di Berlusconi?
«Certamente sì. Era il settembre del ’93. Berlusconi mi manda a parlare con il movimento. Partecipo allora al consiglio di presidenza di Cielle. Davanti a me ci sono circa 40 persone e a loro illustro il progetto di Berlusconi. La sorpresa è grande e qualcuno fa anche battute sulla nostra sanità mentale. Solo due persone affrontano la questione in maniera serissima: Don Giussani e Giancarlo Cesana».
Ricorda le parole di Don Giussani?
«Berlusconi è una persona seria a cui dobbiamo dare fiducia, disse. Cl allora decise di comporre una delegazione incaricata di incontrare periodicamente il Cavaliere. Ricordo che accompagnai Vittadini e Cesana ad Arcore e scattò subito una grande simpatia umana».
L’appoggio al progetto politico di Berlusconi venne definito in maniera chiara?
«C’era curiosità ma la vera alleanza nacque nel ’96 quando si decise l’appoggio alla candidatura di Formigoni. Fu quello il suggello dell’alleanza».
C’è chi sostiene che l’idillio di Cl con Berlusconi sia finito. Lei ci crede?
«C’è un valore originario che li unisce: l’anelito alla libertà come dono proveniente da Dio, qualcosa che nessun partito o Stato può supplire. E poi il principio della sussidiarietà secondo cui singoli cittadini sono liberi di organizzarsi in associazioni per rispondere ai bisogni sociali. Ebbene l’anti-statalismo di Berlusconi si sposa perfettamente con l’esperienza della Compagnia delle Opere. E il “Più società e meno Stato” del 2001 è un traît d’union più che mai vivo che, le assicuro, non può essere cancellato nell’arco di una stagione politica».